La visione interiore un importante contributo di Piero Verni per comprendere meglio la visione del Dalai Lama e il buddhismo tibetano

Pubblicate per la prima volta nel 1997 con Red edizioni, le conversazioni di Piero Verni con il Dalai Lama, cominciate nel maggio 1980, escono ora con il titolo La visione interiore in una nuova versione accuratamente aggiornata e integrata per i tipi di Nalanda, piccola e pregevole casa nata a Pomaia nell’ambito della FPMT, Fondazione per la preservazione della tradizione mahayana.
Già dal nome si evince lo scopo dell’editrice d’ispirazione buddhista che intende riferirsi alla prestigiosa università indiana fiorente ben seicento anni prima di quella bolognese.
Prima di essere rasa al suolo nel 1193 dal fanatismo islamico, Nalanda giunse ad avere una biblioteca pari a quella di Alessandria, se non maggiore, e ad ospitare, all’apice del suo splendore, oltre ottomila studenti e millecinquecento insegnanti. Le rovine dell’importantissimo centro, sorto nei pressi di Rajgir, nella regione di Magadha, in una zona più volte visitata dal Buddha storico Shakyamuni, furono scoperte nel 1915 e gli scavi si protrassero fino al 1985. Qui fu abate Nāgārjuna, fondatore della scuola dei Mādhyamika, ebbe luogo la disputa filosofica tra Candrakīrti e Candragomin e Śāntideva rese noto il Bodhicharyāvatāra.
Le edizioni Nalanda si prefiggono di pubblicare non soltanto testi di maestri tibetani ma di allargare il proprio raggio d’azione a diverse scuole e tradizioni buddhiste. Già il catalogo annovera libri di Lama Yesce, Lama Zopa Rinpoce, Ciampa Gyatso, Jeffrey Hopkins.
Ma veniamo a La visione interiore. Con raffinatezza e precisione, tipiche del suo stile saggistico, e con efficacia discorsiva, Piero Verni – apprezzato studioso delle culture info-himalayane e in modo particolare della civiltà tibetana, tra i fondatori dell’Associazione Italia-Tibet, autore, tra l’altro, per la Jaca Book di una biografia autorizzata del Dalai Lama (1990, ampliata nel 1998) nonché curatore, insieme al fotografo Giampietro Mattolin, del progetto “L’eredità del Tibet – The heritage of Tibet” – mette a proprio agio Tenzin Gyatso facendogli esporre in modo accessibile concetti estremamente complessi, sicuramente di non facile comprensione per chi non è addentro alle tematiche centrali del buddhismo in generale e soprattutto di quello tibetano. E così, nel corso di queste interviste tra loro strettamente interrelate tanto da costituire un continuum, si parla di controllo e pacificazione della mente, meditazione, fuoriuscita dal giogo dell’onnipervadente sofferenza samsarica, karma e nesso causale, interdipendenza tra esseri e svariati aspetti della vita, morte, stato intermedio (bardo), reincarnazione, conoscenza e consapevolezza in una visione compassionevole che consente di calarsi empaticamente nell’altro e predisporsi nei suoi confronti con benevolenza e positività.
Si riscontrano nella guida spirituale tibetana, in esilio in India dal 1959 in seguito all’invasione cinese e alla colonizzazione forzata perpetrata nel Paese delle Nevi dal governo di Pechino, un’innata propensione ad esplorare ambiti scientifici e un’attitudine, squisitamente antidogmatica e non settaria, a rivedere, quando se ne presenta la necessità, concezioni tradizionali superate da indagini e acquisizioni epistemologiche. Si potrebbe dire che i caratteri distintivi della visione del Dalai Lama siano dati da un’apertura e tolleranza di fondo traducibili, sotto il versante più strettamente politico, nella ferma accettazione e valorizzazione della nonviolenza (il fine è sempre prefigurato dai mezzi adottati per conseguirlo) e in una gentilezza che spiazza l’arroganza e il cinismo degli avversari. Come dire che non esistono nemici ma interlocutori, per quanto spietati e sordi, con cui cercare a tutti i costi una via d’uscita dal vicolo cieco dell’odio e della sopraffazione. Certo, quando getta uno sguardo alla sua terra, alla sua gente, ai tibetani soggetti, nella propria casa, a vessazioni, torture, inaudite prevaricazioni da parte degli occupanti cinesi, il Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989, lascia trapelare forte preoccupazione e tuttavia, nonostante tutto, è pervaso da fiducia e propensione costruttiva.
Il libro, la cui lettura va caldamente consigliata sia a chi segue il percorso buddhista sia a chi si accosta ad esso con semplice curiosità, comprende anche un capitolo finale dedicato all’emblematica vicenda di Gedun Choekyi Nyima, riconosciuto nel 1995 come reincarnazione del X Panchen Lama (deceduto, guarda caso, in circostanze misteriose agli inizi del 1989, pochi giorni dopo avere mosso dure contestazioni al regime di Pechino e alla dominazione in Tibet) e proprio per questo fatto sparire, con tutta la famiglia e Chadrel Rinpoce, l’abate del monastero di Tashilumpo che, dietro apposite indicazioni, aveva guidato l’operazione di ricerca e riconoscimento. In sua vece, i cinesi hanno pensato bene di mettere Gyaincain Norbu, appartenente ad una famiglia di funzionari del Partito comunista e appositamente indottrinato.

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