TIBET DIMENTICATO – “Buon compleanno, Santità”

TIBET DIMENTICATO

Buon compleanno, Santità

di Francesco Pullia

Oggi, 6 luglio 2020, Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet, compie 85 anni. Dietro quel volto sorridente, dallo sguardo acuto e penetrante, e quell’aspetto affabile ormai da tutti conosciuto si cela il dramma di un uomo che ha trascorso buona parte della sua vita lontano dalla sua terra e dal suo popolo, nell’esilio indiano di McLeod Ganj, nell’Himachal Pradesh, impegnandosi in tutti i modi per salvare una straordinaria tradizione millenaria di cui il colonialismo cinese intende pervicacemente, scientemente, fare scempio. Riconosciuto a quattro anni, dopo accurate ricerche, reincarnazione del suo predecessore, conosciuto come il grande XIII, il piccolo Lhamo Dhondup (questo il suo nome iniziale) venne portato il 22 febbraio 1940 a Lhasa, capitale del Tibet, dalla regione natale dell’Amdo e ufficialmente investito del titolo di Dalai Lama con i nomi di Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso (Signore Santo, Mite Splendore, Compassionevole, Difensore della Fede, Oceano di Saggezza).

La sua educazione iniziò all’età di sei anni. Nel 1950, appena quindicenne, in seguito all’invasione del Tibet da parte di ottantamila soldati della Repubblica popolare cinese, fu costretto ad assumere, in fretta e in furia, pieni poteri politici. Nel 1954 si recò a Pechino per tentare di dialogare con Mao Tse-Tung e altri leader cinesi, fra i quali Chou En-Lai e Deng Xiaoping. Due anni dopo ebbe una serie di incontri con il primo ministro indiano Nehru e il premier cinese Chou En-Lai per discutere il progressivo deterioramento della situazione all’interno del Tibet. I tentativi di soluzione pacifica si rivelarono, però, vani per la spietata politica perseguita da Pechino nel Tibet Orientale che scatenò la sollevazione popolare e la resistenza. La protesta si diffuse nelle altre regioni del paese. Il 10 marzo 1959 a Lhasa, esplose la più grande dimostrazione della storia tibetana: il popolo chiese a gran voce alla Cina comunista di lasciare il Tibet e restituire l’indipendenza al paese. La repressione fu, manco a dirlo, feroce, sanguinaria, e , per evitare di cadere nelle grinfie cinesi, il Dalai Lama dovette fuggire in modo rocambolesco in India. Il resto è storia, più o meno nota, dei nostri giorni. Premio Nobel per la pace nel 1989, Tenzin Gyatso è fermo assertore della nonviolenza nonostante l’altopiano himalayano continui ad essere teatro di un’immane tragedia e la situazione in Tibet sia arrivata a un punto di non ritorno. A causa della politica di sterilizzazioni e aborti forzati imposta da Pechino, i tibetani sono ridotti ad essere in patria una minoranza, appena sei milioni, rispetto al numero raddoppiato di cinesi immigrati. Non è un caso che la Cina si sia spesa nella costruzione della linea ferroviaria più alta del mondo, nota come la Pechino-Lhasa, che arriva a transitare ad oltre 5000 m. sul livello del mare. La colonizzazione non conosce soste e, come una piovra, abbraccia tutto. Se sei tibetano, in Tibet non puoi studiare e parlare la tua lingua, praticare il buddhismo, sventolare la bandiera della terra in cui sei nato (quella con i raggi rossi e blu, il sole splendente, i due leoni di montagna, i simboli che rimandano all’insegnamento buddhista) e tanto meno avere un’immagine del Dalai Lama. Se te la trovano addosso o in un angolo della casa, ti spediscono dritto dritto a marcire in galera o in un famigerato campo di concentramento (laogai) dove vieni sottoposto a inenarrabili torture. Il processo di annientamento dei tibetani viene perpetrato dalla Cina tramite la disintegrazione della loro identità, lo stravolgimento di abitudini e costumi, il severo controllo delle nascite, la deforestazione e il depauperamento delle preziose risorse boschive e minerarie, la trasformazione di vaste aree del paese in depositi di scorie radioattive, l’urbanizzazione di numerosi gruppi nomadi abituati da sempre a vivere di pastorizia, l’immissione di colture intensive del tutto estranee alla vocazione del territorio.

In breve, il Tibet sta sparendo interamente fagocitato da Pechino. Poco dell’inestimabile patrimonio artistico, culturale, religioso, si è salvato dalla furia iconoclasta delle guardie rosse maoiste che, nel 1969, oltre a sottoporre monaci e abitanti ad umilianti processi “rieducativi”, ridussero in macerie più di 6500 tra templi e monasteri. Gli occidentali non devono lasciarsi fuorviare dalle finte ricostruzioni mirate esclusivamente a una bieca operazione di marketing turistico. Il danno ormai è irreparabile e se una cultura plurisecolare non si è, per fortuna, ancora dissolta lo si deve all’attività del Dalai Lama e alla tenace opera di quanti sono riusciti a scappare dall’inferno tibetano, traversando, in viaggi allucinanti, altitudini impervie ricoperte di ghiaccio e piene di insidie. Molti ce l’hanno fatta. Tanti altri, purtroppo, no e sono morti sopraffatti dal gelo e dalla fame o colpiti dalle pallottole dei militari cinesi. Ma i tibetani non vogliono sentirne di darsi per spacciati. Sono arrivati a 156 coloro che, monaci o laici, si sono dati fuoco a partire dal 2009 per rivendicare libertà e indipendenza. E’ difficile immaginare il futuro del Tibet da qui a breve. L’unica certezza è che è divenuto una pallida ombra dello stato autonomo qual era prima dell’invasione cinese. Da un lato il Dalai Lama, insignito nel 1989 del premio Nobel per la pace, che si professa semplice monaco buddhista, insiste fermamente nella via di mezzo, di un dialogo che presenta sostanziali analogie con quanto teorizzato e messo in pratica da Gandhi ma rivelatasi finora perdente. Dall’altro, la satrapia comunista cinese, le cui dimensioni sono ingigantite dall’omertà dei governi occidentali, è del tutto restia a concessioni e continua ad accusare di separatismo la guida religiosa (non più politica, per sua decisione) tibetana. Emblematiche, in questo senso, sono le pressioni esercitate dalla Cina ogniqualvolta il Dalai Lama si rechi in visita in uno stato, non importante se occidentale o orientale. Non solo. Pechino ha fatto capire quale scenario si aprirà quando Tenzin Gyatso chiuderà gli occhi. Si pensi a quanto accaduto a Ghedun Choekyi Nyima, il bambino rapito e fatto sparire con tutta la sua famiglia non appena il 14 maggio 1995 venne riconosciuto dallo stesso Dalai Lama reincarnazione del Panchen Lama, cioè della seconda guida buddhista tibetana. Nel novembre dello stesso anno la Cina lo sostituì arbitrariamente con Gyaltsen Norbu, figlio, guarda caso, di funzionari comunisti ammettendolo nel 2010 ai lavori della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, organismo che affianca l’Assemblea nazionale del popolo.

La Cina non bada a regole e diritti e pretende di fare ingerenza in tutto, anche nelle questioni di coscienza e religione. Finché gli interessi economici continueranno a prevalere sull’assenza di diritti umani in Tibet e in tutta la Cina, il governo di Pechino si sentirà legittimato a ritenersi intoccabile e a spadroneggiare. Ma da nessuna parte è scritto che l’economia debba per forza mettere in secondo piano il rispetto di diritti inderogabili. Un economista del livello di Amartya Sen, acnh’egli premio Nobel, ha dimostrato, anzi, il contrario, e cioè che democrazia e sviluppo non sono termini antitetici ma, appunto, interconnessi. Dovrebbero saperlo quanti, da noi, si fanno promotori di sciagurate iniziative volte a sbandierare, nel segno del peggiore opportunismo e di un machiavellismo da quattro soldi, gli “strabilianti” traguardi ottenuti da Pechino guardandosi bene, per non offendere la suscettibilità di funzionari d’ambasciata, dal toccare il tema della violazione dei diritti in un paese che detiene il triste primato di esecuzioni capitali. Ogni minimo sentore di democrazia per Pechino va brutalmente criminalizzato. Quanto avvenne in Piazza Tienanmen, adesso rischia di ripetersi a Hong Kong, con i dimostranti che non vogliono piegarsi a una legge speciale liberticida.

Il governo della Repubblica popolare cinese sta emulando oggi quello nazista degli anni Trenta del Novecento rivelandosi il Quarto Reich del nuovo millennio. E allora, in uno scenario globale reso ancora più complicato dalla diffusione di una pandemia originatasi proprio in Cina e diffusasi a macchia d’olio a causa della fitta cortina di silenzio imposta dal regime, con venti di guerra che incombono su un clima di pesante incertezza, non possiamo che guardare alla data odierna con animo colmo di affetto e ammirazione per il Dalai Lama, per quest’uomo che in un mondo in cui le tenebre si fanno sempre più minacciose incarna una concreta speranza di luce. C’è bisogno delle sue parole e della sua testimonianza di compassione, amore, di oltrepassamento di steccati ideologici e dogmatici. C’è bisogno della sua figura, della sua risata coinvolgente che tuttavia non ignora e tradisce il pianto, della sua esortazione a trovare prima di tutto in noi stessi la via per accedere alla libertà e alla conoscenza profonda. Buon compleanno, Santità.

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