Per una filosofia dell’essere senziente dal libro Dalla schiuma del mondo, Mimesis, 2004

Per una filosofia dell’essere senziente dal libro Dalla schiuma del mondo, Mimesis, 2004

Per una filosofia dell’essere senziente dal libro Dalla schiuma del mondo, Mimesis, 2004

Nella Jatakamala, raccolta di trentaquattro narrazioni delle vite passate del Buddha composta nel IV secolo d. C. dal poeta Aryasura sulla base di racconti tramandati nei secoli oralmente, l’Illuminato almeno una diecina di volte assume l’aspetto di animale e lo fa con il chiaro intendimento di diffondere ovunque l’insegnamento compassionevole e altruistico del Dharma. E’, infatti, pesce, piccola quaglia, bellissima oca, scimmione e re delle scimmie, cervo sharabha e ruru, elefante, bufalo, picchio. Quando non compare sotto questa veste, non perde occasione per ribadire non solo l’importanza che ogni essere senziente ha nella stringente interdipendenza che tutti ci lega in questa terra, ma soprattutto per sottolineare come ognuno, senza distinzione di specie, possa aspirare ad una piena liberazione dal dolore avendo in sé la capacità di sviluppare amore, saggezza, accordo universale.

In una storia paradigmatica, alla vista di una tigre che, esausta, provata dalla fame, è sul punto di sbranare gli stessi propri piccoli, Buddha non esita ad offrirsi disinteressatamente in pasto, dimostrando in tal modo quanto sia necessario coltivare un atteggiamento equanime nei confronti di tutti gli esseri senzienti. In altri apologhi, poi, condanna apertamente la caccia e l’uccisione di animali a scopo sacrificale. Già in questo approccio si nota come siano antitetiche la concezione violentemente antropocentrica occidentale, che assoggetta la natura all’uomo e privilegia una razionalità calcolatrice e arrogantemente dominatrice, e la visione orientale, che attribuisce anche agli altri esseri la stessa dignità degli umani.

Nel giainismo, propugnato negli stessi anni del Buddha, e cioè nel VI sec.a.C., da Vardhamana o Mahavira, i monaci giungono ad indossare mascherine bianche per evitare di ingerire involontariamente microrganismi durante la respirazione.

Possiamo immaginare quale piega avrebbe preso la nostra esistenza se, invece delle teorie logocratiche che hanno estraniato l’umanità dalla natura e legittimato su quest’ultima qualsiasi tipo di violazione manipolatrice, fosse prevalsa una filosofia attenta al vivente in quanto essere senziente e rispettosa dei corsi e dei ricorsi cosmici.

La natura non è altro da noi ma un organismo pulsante in cui tutto è meticolosamente connesso, interdipendente e, pertanto, meritevole di rispetto. Ed è inevitabile che quando un’armonia viene con forza intaccata e irresponsabilmente erosa, stravolta, si producano, di rimando, conseguenti reazioni naturali. Il caso raccapricciante della mucca pazza è, in questo senso, estremamente emblematico così come lo sono gli smottamenti di terreno, gli straripamenti sempre più frequenti, le alluvioni, i cataclismi, il progressivo processo di eutrofizzazione delle acque e l’avanzamento senza sosta della desertificazione. Se vi aggiungiamo l’impressionante esplosione demografica che, come contropartita, si collega alla diffusione di nuove epidemie, alla distruzione dell’ecosistema e all’aumento della fame e della denutrizione, il quadro è completo.

Mutuando un’efficace immagine da una novella di Hermann Hesse, potremmo dire che stiamo transitando sull’orlo di un abisso con il cocchio impazzito diretto verso un inesorabile tramonto. Se è vero che esiste un profondo rapporto tra l’amonia interna, fisica e psichica, di ogni essere e la sua relazione con l’universo naturale, appare subito evidente come occorra, prima che sia troppo tardi, un radicale cambiamento di rotta e volgersi ad una filosofia, che non esiteremmo a definire anticartesiana, di consapevole presenza. In quest’ottica, la cosiddetta questione animale acquista una sua peculiarità dal momento che non investe soltanto l’ambito giuridico ma il modo stesso di porsi nei confronti dell’esistenza e dell’esistente.

Si avverte, dunque, l’urgenza di un transito dall’antropologia ad una filosofia dell’essere senziente che, per dirla alla Raoul Vaneigem, affermi il primato della vita sulla sopravvivenza e segni uno scarto, una cesura netta, con la realtà del dolore. Una simile filosofia è, quindi, una filosofia della speranza e del riscatto per tutti, nessuno escluso. Alla luce di questa posizione l’intera tradizione metafisica occidentale mostra tutta la propria fragilità e insussistenza.

“Dai tempi della scolastica medievale”, come ha giustamente sostenuto il teologo Eugen Drewermann, “si è cercato, in particolare con l’aiuto della filosofia aristotelica e della sua estrema staticità concettuale, di comprovare l’unicità dell’anima umana dimostrando metafisicamente che per principio in un ente non si possono verificare mutamenti sostanziali”. In ossequio a questa linea di pensiero sono state consentite e, anzi, incoraggiate aberrazioni come la macellazione, la vivisezione, gli allevamenti intensivi intendendo gli altri animali semplicemente come materiale alla mercé dell’uomo, nulla di più.

La matrice giudaica recepita dal cristianesimo ha finito per accreditare all’uomo il ruolo di signore tra le creature, attribuendogli supremazia e potere distruttivo nei confronti del mondo naturale. E’ ora, invece, di disarcionare antichi retaggi e logori preconcetti e concepire le altre specie animali non più come altre da noi ma come l’altro di noi, cioè in un’interrelazione ineludibile.

Dinanzi agli esiti più recenti della fisica, della biologia, dell’epistemologia, dell’etologia, l’antropocentrismo che ha finora caratterizzato la speculazione occidentale rivela di poggiarsi ormai su sostegni d’argilla. In una prospettiva olistica, l’uomo viene, invece, scalzato dalla posizione di essere privilegiato per divenire, più correttamente, ente, cioè parte e partecipe di un insieme composito in continua evoluzione, di un mondo unitario in espansione. Nel mosaico cosmico ogni tassello rimanda ad un altro, la lucentezza di uno si riflette nell’altro. Per citare ancora Drewermann, non esente dall’insegnamento di Giordano Bruno, la realtà vivente non è che “un fluire ininterrotto le cui fasi di transizione non sono circoscrivibili”. Ciò significa brunianamente (e, in particolare, ci si riferisce al De triplici minimo et mensura del 1591) che l’essere non è una monade chiusa ma in continua espansione e in aggregazione con infinite altre. La centralità dell’uomo viene, quindi, a cadere, si frantuma poiché il centro è ovunque e l’universo, che contiene innumerevoli mondi, è tutto in tutti. La stessa scienza ha, d’altronde, potuto dimostrare che quando si divide una particella in due, le due parti restano collegate. Tutte le particelle del cosmo partecipano, quindi, ad un intreccio di relazioni E, ancora, sempre con Bruno dobbiamo ammettere che l’anima non è prerogativa del genere umano ma è tutta in tutto il mondo e in ogni sua parte. Dunque, non c’è nulla senza un principio vitale: “questo infinito ed immenso”, dice Bruno nell’opera De l’infinito universo et Mondi del 1584 smontando l’assetto metafisico di Plotino, “è un animale (…) perché ha tutta l’anima in sé e tutto l’animato comprende”. Sulla stessa lunghezza d’onda Ervin Laszlo ha osservato che proprio in virtù della nostra interrelazione con la biosfera e l’intero universo non possiamo esimerci dalla creazione di un mondo in cui la diversità e la pluralità delle specie costituiscano lo stimolo essenziale per un’evoluzione comune, collettiva.

Di qui l’esigenza di una filosofia che rifletta, rispecchi adeguatamente la natura e scaturisca non dal logos dualistico ma dall’aisthesis unificante. Sentire equivale ad avere la capacità di percepire l’eùroia bìou dello stoico Zenone, cioè lo scorrere buono della vita, il fluire nascente della vicenda cosmica. Ed è proprio sulla base di un forte sentire che il vincolo comunicazionale tra l’animale umano e l’altro di sé si rafforza. E, ancora, è riconoscendo questa intima comunione che una filosofia dell’essere senziente è chiamata a tradursi in una compassionevole prassi d’amore e nonviolenza. Ma la compassione, come afferma l’attuale Dalai Lama, non deve essere confusa con un generico sentimento pietistico che induce a considerare gli altri inferiori a noi stessi. Al contrario, deve portarci a ritenere gli altri esseri più importanti di noi: “Tutti gli esseri viventi, a partire dagli insetti, desiderano la felicità e non vogliono soffrire. Tuttavia, mentre ognuno di noi è un solo individuo, gli altri sono infiniti in numero. Ne consegue chiaramente che è più importante la felicità altrui della tua sola”.

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