Per Claudio (Rocchi) (giugno 2013)

Per Claudio (Rocchi)   (giugno 2013)

Agli inizi degli anni Settanta vivevo in pieno l’inquietudine dell’adolescenza. Di radio e televisioni libere allora non c’era traccia. Si leggeva molto, con gli amici s’intavolano animate discussioni, si ascoltavano Bob Dylan, i Doors, il flauto di Jan Anderson, gli Who, i Led Zeppelin, i Cream, i Traffic, gli Yes, i Genesis di Peter Gabriel, i Gentle Giant. Avevo una predilezione particolare per l’intimismo di Cat Stevens, Nick Drake, Bruce Cockburn e per la West Coast dei Jefferson Airplane, dei Grateful Dead, di Joni Mitchell e, soprattutto, dei mitici Crosby, Stills, Nash e Young.

Ovunque, nel bene e nel male, era tangibile un fermento post-sessantottesco. Si respirava aria di novità, sia a livello di idee che di comportamenti e/o stili di vita. Sembrava che il mondo, da un momento all’altro, dovesse cambiare. Erano anni infarciti di troppa ideologia è vero, ma anche particolarmente vivaci, stimolanti. Mi nutrivo di poesia (Coleridge, Blake, Vernon Watkins e poi Rimbaud e i padri della beat generation, Allen Ginsberg e Jack Kerouac in testa) e cominciavo a volgermi all’India (adoravo Tagore) e, in generale, all’Oriente. Acquistavo in libreria ciò che riuscivo a trovare sul buddhismo e sul taoismo (D.T.Suzuki e Alan Watts), restando colpito dalla radicalità di Jiddu Krishnamurti. Accendevo in camera i primi bastoncini d’incenso e, destando forte perplessità nei miei, avevo incorniciato un Ganesh danzante accanto al topolino Mushika.

La mia discoteca, in tempi in cui non si parlava ancora di world music, cominciava a ospitare i vinili di Ravi Shankar e di altri musicisti indiani e Giuliano, il proprietario di un piccolo ma fornito negozietto di dischi cittadino, era riuscito a procurarmi dalla Svizzera un 33 giri del Pandit Pran Nath, pubblicato dall’etichetta francese Shandar. S’intitolava Ragas, aveva la copertina bianca con, nel retro, il maestro indiano immortalato con chioma e barba bianche e lo sguardo proiettato verso vasti orizzonti. L’ho sempre trattato con la riverenza dovuta a uno dei pezzi forti di una collezione che comprende diverse rarità tra cui, tanto per citarne alcune, Don Cherry (inclusa la memorabile Relativity Suite), Terry Riley, La Monte Young e Marian Zazeela, la Third Ear Band, Zusan Fasteau, gli Oregon con Colin Walcott, il Dollar Brand, accompagnato da Johnny Dyani, di Good news from Africa con il gioiellino di Msunduza.

Trascorrevo i pomeriggi di studi ginnasiali e liceali con il sottofondo di Per voi giovani, programma radiofonico in cui si veicolavano non soltanto musiche differenti da quelle della mediocrità ufficiale ma anche contenuti fortemente innovativi. Era strutturato bene e valeva la pena seguirlo dall’inizio alla fine, ma per me la vera chicca era la rubrica condotta da Claudio Rocchi. Già lo stacchetto (Celestial procession dei Quintessence, con echi flautati di Raja Ram, sciabordio di acque presumibilmente gangetiche, muggiti di vacche sacre e belati vari) lasciava presagire come sarebbe trascorsa la mezzoretta. Dopo il “Ciao, sono Claudio”, in una meravigliosa mescolanza, si fondevano note (quelle dei suoi brani e quelle dei “kosmischen” Popul Vuh di Florian Fricke, Ash Ra Tempel, Klaus Schulze, Tangerine Dream nonché di formazioni “anomale” come gli Hawkwind, l’Incredible String Band, i Renaissance, i Gong di David Allen) a letture tratte da Gibran o Artaud. Tra incursioni di “Hare Krishna Hare Krishna / Krishna Krishna / Hare Hare” e “Govinda Ja Ja / Gopala Ja Ja” si accennava a mutamenti di coscienza, alla libera ricerca spirituale (ben più di dieci anni prima del fenomeno della New Age), si parlava di Nanak, Kabir, Khayyam, dell’acquariano (con riferimento all’Età dell’acquario che, ahinoi, tarda ad arrivare).

Ciò che diceva Claudio faceva presa perché si avvertiva subito che scaturiva dal vissuto, da un percorso interiore di cui la musica era componente essenziale, anche se non esclusiva. Ne sono testimonianza i quattro album seguiti all’iniziale Viaggio, del 1970 (con Mauro Pagani, al flauto, al violino e alle conga, Annie Lerner e Roberta Rossi nel celebre La tua prima luna, in cui, con estrema semplicità, si dava voce al disagio esistenziale di una gioventù ribelle e non irretita dal farneticante rivoluzionarismo gruppettaro in voga allora). “Volo magico n.1” (1971), “Volo magico n. 2 – La norma del cielo” (1972), “Essenza” (1973) e “Il miele dei pianeti le isole le api” (1974), tutti incisi con la Ariston costituiscono ognuno dei piccoli capolavori (cui va aggiunto il 45 giri Vado in India con la voce di Massimo Villa che diceva “prima di girare il disco pensa a te stesso”). A distanza di quarant’anni non hanno affatto smarrito la loro bellezza, sia musicalmente che per l’intensità e la profondità dei testi. Claudio è stato sicuramente, nel suo genere, un unicum, in parallelo solo con Battiato.

Cantava una prospettiva molto diversa da quella di altri che venivano considerati “impegnati” perché invischiati nella retorica a buon mercato del tempo. Claudio parlava d’altro e per questo veniva bollato come un “mistico”, snobbato, visto come uno strampalato inebriato di effluvi indiani. Non celebrava i fuochi fatui delle molotov interessato com’era, invece, all’illuminazione interiore, alla consapevolezza, alla via di mezzo.

Come non ricordare “hai da essere sincero come linea nella vita” (Radici e semi) oppure “le forme sono echi e gli echi sono ritorni/ fra il Tutto ed il Niente da sempre, per sempre” (Il miele delle api), “le isole e i pianeti/ sono solo altra gente da incontrare/ il Fuoco brucia l’Aria / e la sua vita è nell’aria da bruciare / le Erbe sono Stelle / e il Cielo è sulla Terra; / e tutti noi siamo uomini in viaggio nello spazio / i giorni sono andati / stanno andando e andranno ancora / e hai visto niente ancora mai, / davvero ti è venuto contro” (Le isole e i pianeti), “segui, ogni incontro che guida / capisci la via è verso te / cerca non stancarti e continua / capisci la via è verso te / e la strada è ogni strada / non c’è niente davvero che perdi / più lasci e più hai” (Ogni strada).

Come ignorare La realtà non esiste (in Volo magico n.1)? “Quando stai mangiando una mela tu e la mela siete parti di Dio, / quando pensi a Dio sei una parte di ogni parte e niente è fuori da tutto. / Quando vivi tu sei un centro di ruota e i tuoi raggi sono raggi di vita; / puoi girare solo intorno al tuo perno o puoi scegliere di correre e andare. / Quando dormi tu sei come una stella e il respiro è come fuori dal tempo; / quando ridi è come il sole sull’acqua, sai che farne della vita che hai. / Quando ami tu ridoni al tuo corpo quel che manca per riempire un abbraccio, / quando corri sai essere lepre e lumaca se hai deciso di arrivare o restare. / Quando pensi stai creando qualcosa, illusione è di chiamarla illusione, / quando chiedi tu hai bisogno di dare, quando hai dato hai realizzato l’amore / Quando gridi la realtà non esiste hai deciso di essere Dio e di creare. / Quando chiami tutto questo reale hai trovato tutto dentro ogni cosa”.

E, ancora: “Si forano porte per vivere le case, / nel vuoto del vaso sta il senso dell’uso. / Gli specchi ci danno immagini riflesse /, lo specchio è se stesso quando è vuoto. / Vivi la vita vivendo la vita, usa la mente / tenendola vuota” (La norma del cielo nell’album Volo magico n. 2).

Dopo il 1974, Claudio ha continuato a produrre dedicandosi alla sperimentazione di nuovi sentieri. Poi entrò a far parte della comunità dei devoti di Krishna, a Villa Vrindamana, vicino Firenze. A questo periodo risale Un gusto superiore (inciso insieme a Paolo Tofani, ex Area, anch’egli sannyasin). Agli inizi degli anni Novanta decise che qualcosa, nella sua vita, doveva ancora cambiare. Se ne andò a Kathmandu dove, nel 1999, mandò avanti per tre anni la prima radio indipendente nazionale nepalese The Himalayan Broadcasting Company (la HBC).

Tornato in Italia, si recò a vivere in Sardegna, nei pressi di Oristano, dedicandosi a nuovi lavori discografici e alla realizzazione del film Pedra Mendalza. Due anni fa aveva collaborato con gli Effervescent elephants e registrato quello che, purtroppo, resta il suo ultimo album In alto (Cramps, 2011). Con Gianni Maroccolo, ex Litfiba, si stava dedicando al completamento del progetto Vdb23/nulla è andato perso”.

Aveva postato su Facebook il seguente messaggio: “Carissime amiche e cari amici, torno su Facebook dopo una ventina di gg o più di assenza. Ci torno per aggiornare le mie pagine al mio presente e viceversa. Nel frattempo, sollecitato con calore da più parti, ho iniziato a scrivere “La settima vita”, mia autobiografia ufficiale. Intendo tentare di ripercorrere la straordinaria esperienza fatta di recente con Gianni Maroccolo sulla piattaforma dicrowdfunding musicraiser.com offrendo appunto come ricompensa questa sintesi delle mie vite. Un libro che sarà pubblicato da un editore importante e che potrete, se vorrete aiutarmi a smazzare il singolare presente che mi si è parato davanti, assicurarvi direttamente quando partirà la campagna di fundraising. A fine 2011, mentre ero in promozione a Milano per il mio cd “In Alto” fatto con la Cramps, feci un’intervista per un quotidiano nazionale che titolava più o meno “Le cinque vite di Claudio Rocchi”. Era “Libero” o “il Giorno”? Non ricordo. Raccontavo di una vita da studente, una seconda da aspirante rock star, una terza da aspirante santo indù, una quarta da aspirante “normale” professionista tra broadcast, media e business immobiliare. La quinta era quella in cui rientravo allora, per una serie di benedette concorrenze tra amore e ispirazione, di musicista ritrovato con voglia di concerti ed energia per farli. Poi arrivò la sesta. Una grave malattia degenerativa alle ossa mi faceva di fatto malato terminale pur continuando io di fatto, tra stampelle e bastoni, a fare finta di niente e guidare in su per mari e autostrade a fare i miei concerti. Eccoci infine alla settima vita. La vivo da 20gg o poco più e tutto è successo in meno di 12 ore. Un crollo vertebrale ha determinato un’invasione del midollo spinale e di fatto ho perso l’uso delle gambe. Ho sentito risalire forte da dentro una risata incontenibile accompagnata dalla domanda: “Ma cazzo, non era sufficiente così? Pure paraplegico ora?”. Adesso, dopo vari accertamenti a tutto campo, il quadro clinico è fissato. Patologia non reversibile che innesta la perdita d’uso degli arti inferiori sulla patologia ossea degenerativa. Sono ultra fragile, e devo stare praticamente a letto evitando movimenti di ogni genere che potrebbero, nel caso di un’invasione midollare più alta del D11 odierno, pregiudicare anche l’uso degli arti superiori. Non male, vero, per mettere alla prova il buonumore? Sappiate che il buonumore tiene, la coscienza pure e il libro è iniziato stamane”.

Il libro è iniziato, la pagina è rimasta aperta. Claudio ha lasciato, a sessantadue anni, il suo corpo materiale.

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