L’abisso tentato. A proposito del carteggio adelphiano tra Ceronetti e Quinzio

L’abisso tentato. A proposito del carteggio adelphiano tra Ceronetti e Quinzio

di Francesco Pullia. Ceronetti e Quinzio, due voci a dir poco singolari nel panorama culturale italiano. Sfuggenti al conformismo culturale dominante, tetramente buonista, pedissequamente prevedibile e superficiale, sono stati sempre guardati con spocchia e marginalizzati, quando non addirittura avversati, da una casta intellettuale loffia, avvezza ai borborigmi.
Il primo, ultraottuagenario, se ne va ancora in giro con ben incollato in testa un basco da bohemien da cui fuoriesce una canuta chioma ribelle, spargendo a destra e a manca scintille gnostiche e assestando, con il suo caustico scetticismo, micidiali sciabolate all’onnipervadente modernismo globalizzante. Perennemente inappagato ed errante (mai, però, con moto centrifugo, semmai, al contrario, paradossalmente centripeto), ha fatto a lungo la spola tra angoli d’Italia, Svizzera e Francia, eleggendo a propria dimora l’inquietudine. In un’epoca in cui anche l’arte è soggiacente alla tecnologia più sofistica, ha preferito dedicarsi, in controtendenza, tra un poema, un aforisma e una traduzione, ad un teatrino di marionette in cui s’intrecciano sarcasmo ed affabulazione. Una scelta decisamente emblematica di una visione che non intende rassegnarsi alla caduta mondana cui ci avrebbero relegato la malvagità e l’impostura di un demiurgo spacciatosi per dio.
Il secondo, lunga barba da profeta, si dilunga fino alla morte (avvenuta prematuramente, a neanche settant’anni, nel 1996) in una continua, accorata, lamentazione, si macera, a metà tra Geremia e Giobbe, spingendo il proprio intimo “nella gola del leone”. Cerca la luce, crede fermamente nella rivelazione e nella resurrezione dei corpi ed è costretto a misurarsi con le tenebre. Accanito monoteista, apocalittico incallito, mette a ferro e fuoco la sua fede, ne prova la resistenza, la scaglia violentemente contro il muro del pianto e, insieme, la accudisce con tenerezza, preservandone la corolla. Manda al diavolo diciassette anni di lavoro sofferti come finanziere, si ritira in semiromitaggio in un paesino delle Marche in ardente lettura biblica sine glossa dando vita a quattro commentari adelphiani il cui linguaggio risulterà decisamente ostico sia ai roditori confessionalisti che ai teologi del progressismo esasperato.
Due personalità così non potevano che incontrarsi e confrontarsi in un intensissimo epistolario protrattosi per quasi un trentennio. Il carteggio, riguardante un periodo che va 1968 al 1996, è stato pubblicato in questi giorni da Adelphi con il titolo “Un tentativo di colmare l’abisso”. Un libro denso, trasudante provocazione (da intendere quest’ultima come non nascondimento e pervicace ribaltamento di visuali consuetudinarie), minuziosamente curato da Giovanni Marinangeli, autore di un ricco e ben documentato apparato di note in appendice. Tutto sembra ruotare intorno al sacro che da Quinzio è radicato in Dio (“sacro è solo ciò che appartiene a Dio”) cogliendone la tragicità nella sua destinazione storica (“la strada che percorre il mondo”, scrive, “consistente nel rinunciare alla verità, è una tiepida strada di morte” e, ancora, “è solo Dio che sacralizza, che compie questo miracolo nella storia, che segna le cose col suo sigillo”) mentre da Ceronetti è avvertito “come un pipistrello nella sera”.
Al Quinzio per cui “bisogna credere disperatamente di poter conoscere il segreto di Dio (diventare Dio, è biblico) o scegliere di voltargli le spalle decisamente”, Ceronetti contrappone il suo “non cerco e non sento un Dio che può perdere contro la sua creazione”.
Per Quinzio “chi non muove dall’interno della propria tradizione è anti-tradizionale, cioè dissacrato e dissacrante” (“il nostro mondo, la nostra cultura, il nostro significato”, preciserà più in là, “piaccia o no, è determinato dal cristianesimo. Al di fuori c’è l’elusione, il pallido vino di rose di tutte le decadenze, nobile forse e certamente triste”). Ceronetti, al contrario, rifiuta di collegarsi sub specie Christi, interessato com’è al Dio nascosto, a quel Dio che può essere trovato solo da chi, come tiene a rimarcare, “ne proclama la nascostità”
A Quinzio, provato dalla malattia e dalla scomparsa della prima moglie, Stefania, sembra che ovunque incomba un’infelicità assoluta: “se Dio va in esilio con Israele (in Ezechiele), se è con il fedele nella tribolazione (Salmo 91), se Dio muore sulla croce, si può dire che nell’autentica verità ebraico-cristiana ci sia un provvidenzialismo benevolo che serenamente “permette” il male? In realtà, invece, la “permissione” divina è la permissione della sua stessa morte. Non dunque un “niente di troppo” fra bene e male, ma una lotta disperata fra troppo di male e troppo di bene”. Ancora: “Quello che sperimento è questo: tutto sempre fallisce e muore, eppure niente fallisce e muore mai del tutto”. E, di rimando all’amico, afferma che “se non si prende sul serio la rivelazione di Dio, non si può prendere sul serio il suo terribile nascondimento”.
È chiaro che, stando così le cose, l’abisso cui si accenna nel titolo del bell’epistolario non è colmato, né può esserlo. “Per me”, confessa Quinzio, “la croce insegna che anche la salvezza è un abisso, non un trionfo, è un brandello d’orecchio strappato come dice Amos dalla gola del leone. Ma io la voglio lo stesso a qualunque prezzo, un minimo ma reale e visibile sottrarsi alla morte sia pure d’un soffio (…) Meglio il dolore del nulla, questo dice la fede, fede che qualcosa ha senso”. E subito dopo: “L’impotentia Dei, la croce, è tema veterotestamentario fin dalle prime pagine della Genesi, e lo è in tutta la tradizione giudaica, fondata sulla consapevolezza dell’esilio di dio, nel suo popolo, dalla sua shekhinà”. La storia moderna gli appare come “un’attuazione nell’orizzonte mondano delle grandi speranze cristiane fallite”. La stessa salvezza cristiana si capovolge, per lui, in disperazione: “disperazione di non riuscire a essere “prossimi” a nessuno; di vedere che il perdono non impedisce il rinnovarsi della colpa, e viene perciò deluso e vanificato; di essere condannati, venti secoli dopo la venuta del Salvatore, a un’attesa della salvezza non più sostenibile”. È la fede ad impedire “pazienza e rassegnazione, perché mantiene un’assurda tensione nel confronto folle con una possibilità diversa, una “salvezza” lontani da ogni pena”.
Ceronetti riconosce in Quinzio “la stoffa violenta” e “l’intolleranza” del “disputatore teologico”, ma con lui concorda nel rigettare la barbarie del e nel mondo, una barbarie che, com’egli annota, si riscontra in diverse manifestazioni, dal carattere arrogante e impositivo della medicina ufficiale ai mattatoi.Tuttavia, a differenza di Quinzio, ribadisce di non sentirsi affatto disperato perché esente dall’idea di salvezza.
Se Quinzio resta in attesa “di una catastrofe risolutiva”, Ceronetti, dal canto suo, presagisce sì la catastrofe ma non l’aspetta come parusia cristiana: “la storia e il suo finito non mi possono persuadere, il tempo non mi si chiude in un ruotare di lancette che trafiggono, insomma la tortura non me la vado a cercare (questo è più ebraico che cristiano, forse)”. Alla speranza “paolina” di Quinzio “di non essere spogliato dalla morte ma sopravestito dalla resurrezione”, Ceronetti contrappone la ricchezza di una parola discesa sul caos, una parola che cerchi di “rendere poetico l’ineluttabile”.

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