Sulla pittura di Vincenzo Rosati

Sulla pittura di Vincenzo Rosati

Sgombriamo subito il campo da un equivoco. Non si creda, infatti, che Vincenzo Rosati, dal momento che, come egli sostiene, è un autodidatta, non conosca temi, problematiche e approcci metodologici della storia dell’arte del XX secolo e dei nostri giorni.
La dimostrazione se n’è avuta subito dalle prime opere in cui prepotentemente si è evidenziata una precisa scelta di campo, evocativa della gestualità pollockiana, del dripping, appunto, di Jackson Pollock, cioè degli sgocciolamenti sulla tela di colori da barattoli bucati. Una tecnica, si badi bene, nient’affatto tautologica, vale a dire non fine a se stessa ma rispondente al flusso esistenziale.
Pollock, come si sa, ha palesato un’estetica cortocircuitante, mettendo in mostra le lacerazioni accresciute nella coscienza della tarda modernità e sostituendo alla centralità soggettiva una sorta di spazio materiato all’infinito.
Le geometrie, e il loro rapporto ombelicale con la razionalità fondante, vengono quindi liquefatte, diventando deformazioni, destrutturazioni, sinuosi contorcimenti – non privi di echi ancestrali, primitivi -, registrazioni febbrili di accadimenti interiori, derivanti da un io tartassato, sottoposto a continui e violentissimi attacchi da parte di una società sempre più invadente e mercificata.
Come Pollock, Rosati spiattella lo smembramento tipico di quella società unidimensionale efficacemente denunciata da Herbert Marcuse in un celebre e fortunato saggio del 1964, nonché, con grande lucidità e radicalità, dalla cosiddetta Scuola di Francoforte, in particolare da Max Horkheimer e Theodor Adorno.
Ricordiamo che, già un decennio precedente, il gruppo dei Cobra – dall’acronimo delle tre città in cui artisti come Karel Appel, Asger Jorn, Pierre Alechinsky, Constant, Corneille si trovarono ad adoperare (Copenaghen, Bruxelles e Amsterdam), prima ancora del movimento situazionista e portando alle estreme conseguenze, con straordinaria forza deflagrante, il discorso del surrealismo – si era addentrato negli accidentati meandri di una pittura intensamente destilizzata, liricamente impulsiva, provocatoria, sregolata, antirealistica, decostruttiva, sfrenatamente libertaria.
Non possiamo, poi, tralasciare, negli anni Cinquanta, la precocità informale di Michel Tapié, l’enfasi tardoespressionista di Alberto Burri, con i suoi sacchi, le bruciature, le plastiche, i dilaceranti tagli inferti alla tela da Lucio Fontana, il cosiddetto tachisme di Georges Mathieu – dal francese tache, «macchia», termine adoperato per definire la contrapposizione pittorica all’astrattismo geometrico, con maggiore libertà e immediatezza nella stesura del colore, dato appunto ‘a macchie’ – , l’esplosivo ribellismo di Pinot Gallizio, l’anarchismo irriverente e sarcastico, con l’assemblaggio dei materiali più disparati, di Enrico Baj.
Tutto questo si ritrova nell’arte, lo ripetiamo, tutt’altro che ingenua e sprovveduta di Vincenzo Rosati, dai primi lavori fino a quelli più recenti invitanti ad una diserzione da non intendersi erroneamente come fuga, ma, al contrario, come netta, decisa, non collaborazione con il magma, oseremmo dire il blob, del neototalitarismo omologante dei nostri giorni.
Reticolati metallici, chiodi, viti, bossoli, sagome prese da poligoni di tiro, con verniciature argentate su campiture annerite, tutto viene miscelato e amalgamato in lavori che a prima vista lasciano esterrefatti, sgomenti, colpendo abilmente nel segno, cioè dritti al cuore.
Non c’è mediazione. Non può, d’altronde, esserci, tanto forte è lo sdegno per una società precipitata nell’abisso di una spaventosa e monologante violenza. Si leggano a conferma le prose liriche scritte dall’artista e inserite nel catalogo accanto alle immagini delle opere, come a rafforzare l’impatto, di per sé grave, procurato dalla visione.
Vi si parla di furfanti e mestieranti, di esseri umani fatti a pezzi da un infame, mefitico, onnipervadente perbenismo, di gabbie con sbarre da divellere, di demiurghi malefici e demoniaci agenti operanti nel sostrato sociale, di angeli sterminatori che disinvoltamente entrano ed escono da ripetuti sogni comatosi.
Nel corso di una recente conversazione, Vincenzo Rosati mi ha dichiarato il desiderio di elaborare il manifesto di una sorta di nuovo movimento etico-estetico che potrebbe essere denominato come “posizionista”.
Non ce n’è probabilmente bisogno perché ogni lavoro qui esposto è di per sé un manifesto “posizionista”, in quanto ci sollecita ad assumere, senza mezzi termini, una posizione, a pronunciarci se accettare di divenire inerti sagome crivellate di colpi oppure – per ricorrere alle profetiche parole di Isaia riprese, poi, nella sua seconda lettera, da san Pietro – di essere latori di “cieli nuovi e terra nuova”.

No comments yet.

Join the Conversation

You must be logged in to post a comment.