La sberla di Guido Ceronetti. il Cioran italiano

La sberla di Guido Ceronetti. il Cioran italiano

«Se non ti senti pensato dal tragico, quale bussola hai nella vita?». Basta questo interrogativo, incontrato nelle prime battute di Tragico tascabile, a dare un’idea dell’ultimo libro, edito da Adelphi, di Guido Ceronetti, ultraottuagenario (è nato a Torino nel 1927) folletto della nostra letteratura, una delle poche voci continuamente in lotta con i luoghi comuni. Poeta, sognatore, teatrante (con particolare predilezione per le marionette, da lui amorevolmente costruite e animate), vegano incallito, filosofo autodefinitosi «ignoto» quando non «scribacchino cassandroide povero di ascolti», più volte rapportato a Cioran (cui l’accomuna un’aura gnostica ma lo separa nettamente una capacità tutta propria d’incantamento), Ceronetti, basco diuturnamente sulle ventitré, scova e dissacra il conformismo ovunque disseminato per dissezionarlo, triturarlo, polverizzarlo.
Così anche in questa raccolta di saggi e interventi si fa ricorso a un raffinatissimo armamentario e a una ricchissima dotazione culturale per sbilanciarci in sconfinati ambiti di conoscenza. Come un maestro zen, Ceronetti ci scruta per assestarci, quando meno ce l’aspettiamo, una bastonata tra capo e collo e indurci al risveglio. In uno stato di continua vigilanza, ci restituisce ali perdute da angeli esiliati dall’umano offuscamento, sogni, lampi di lucidità sottratta ad imperante omologazione. Siamo ormai assuefatti, ci dice, a un tragico reso tascabile perché edulcorato dalla generalizzazione e dal dominio mediatico. Ma se tutto è tragico, niente in fondo lo è: infatti «tragificare tutto concettualmente diventa fumo di fumi». E questo perché «oggi non sussiste più percezione del reale (dunque del tragico) che nell’indomabilità disperata (direi, questa stessa, tragica) della nostra volontà analizzatrice».
Il tragico s’annida nel proprio occultamento, nella propria esteriorizzata dissimulazione. Si rende, dunque, necessario un drastico e impietoso rivolgimento che contribuisca ad aprirci gli occhi sfatando l’insidioso appiattimento che in ogni ramo si estende. Di conseguenza, Ceronetti s’indigna e lancia strali ben acuminati all’indirizzo di quanto è consacrato dalla retorica sociale.
L’economia è, allora, additata come «fecalità invasiva» (portando lo scorso anno il suo saluto al XIII Congresso di Radicali Italiani si è proclamato «resistente all’asservimento dell’economia»), la famiglia un lazzaretto infetto in cui «crescono talvolta abnegazioni e sublimità indicibili», l’Italia il paese «dove a dirsi non-cattolici sono pochi e a non esserlo quasi tutti», l’antropizzazione demografica «una condanna a morte anticipata per i nascituri» (anche perché siamo troppi in questo «pianeta usurato» e di terra fertile ne è rimasta davvero poca), la natura umana è «labirinto di cellulare col numero dell’infinito», lo smartphone «un baratro senza fondo in cui l’Utente (l’essere, l’anima umana), una volta catturato, precipita senza fine», il futuro una orripilante «certezza» da cui occorrerebbe liberarci soprattutto per evitare ai giovani ingannevoli attese. «Quale specie», si chiede sarcasticamente Ceronetti, «invaderà il pianeta dopo tanto abbondare di siringhe spermatofore e di pancini refrattari all’amore ma smaniosi di gonfiarsi?»
E, dopo avere citato un emblematico passo da La filosofia degli assassini di Colin Wilson («Privato dei significati che oltrepassano la sua esistenza quotidiana, l’uomo si riempie di disgusto e di livore, e in qualche caso passa alla violenza. E una società che non sappia aprire vie di sfogo alle passioni ideali degli uomini chiede di essere ridotta in macerie dalla violenza»), scrive:«Nessuna università al mondo mi sembra in grado di poter comprendere (…) che dai binari dove corrono le locomotive dell’Alta Velocità verso il ponte crollato dove confluiscono, non arrivano voci che avvertano che fin dalla stazione anteriore alla partenza il binario era sbagliato». E ancora: «Non c’è incertezza del futuro: c’è sciaguratamente la certezza che un altro futuro non sia neppure concepibile».
In questo contesto il fatto che la politica si preoccupi principalmente dei giovani può tramutarsi in «segno di disumanità» in quanto sottende il reiterare in loro uno stereotipo sociale. Il vero problema non sono per Ceronetti i giovani ma gli anziani: «la vecchiaia è la patologia sociale per antonomasia» e la vita prolungata si rivela un lento, «implacabile martirio».
Alle istituzioni che si dannano per celebrare enfaticamente il centenario della Prima guerra mondiale, l’autore, «stufo di agitare lo scudo mentre il branco passa senza fine», contrappone il convinzione che alla cosiddetta Grande Guerra devono essere ricondotti gli sfaceli che hanno contrassegnato la nostra epoca, persino Al-Qàida e Osama: «Mandare gigantesche masse di esseri umani, usciti dalle trincee, all’assalto contro le mitragliatrici in agguato, in una estesa Zona di Uccisione da cui era quasi impossibile uscire vivi, già era votare quegli uomini refrattari o volontari al suicidio. Era frodarli del loro triste ruolo di combattenti in campo per farne roghi, materiali esplodenti, Menschmaterial, cose tra cose; era, non tanto di lontano, in un certo senso evocare al-Qàida e la carretta fantasma Bin Laden, il barbuto e dolce spettro poligamo, ripetutamente padre, che ha spezzato e fatto cadere in acqua il braccio levato della statua della libertà». Il 1914 per l’autore è sotto l’egida dell’Inspiegabile, la cui ombra «nasconde le chiavi dell’enigma». Un pensiero questo spesso ricorrente in Ceronetti che anche recentemente, in un articolo apparso su un noto quotidiano, ha scritto che proprio questa data dovrebbe essere indicata l’«inizio della perdita di patria: si moriva a milioni per patrie ormai riassorbite nell’invisibile». La Prima guerra mondiale, egli sostiene, è «una storia malsana» che non si è affatto conclusa ma solo «diversificata e ramificata». Di fatto è stata «la prima guerra escatologica», «una mostruosa macchina disfacitrice» responsabile di simulacri e degenerazioni a catena. «È stata la prima di una miriade di guerre piccole e grandi che culminano nella fine di ogni storia possibile». La storia, purtroppo, nient’affatto magistra, ha insegnato ben poco se in pieno ventunesimo secolo riaffiorano e attecchiscono sotto le mentite spoglie della protesta antieuropeista quei rigurgiti nazionalistici, sciovinistici, che si riteneva fossero ormai seppelliti da cumuli di macerie. «Nell’Europa occidentale (l’Italia è esemplare)», constata Ceronetti in un libretto di poco antecedente questo manuale di resistenza all’abominio, e cioè ne L’occhio del barbagianni (Adelphi), «il degenerare della democrazia non sboccherà più in malvagi poteri totalitari. Si andrà di degenerazione in degenerazione, di legalità in legalità formali incurabilmente amorfe, prive di linfa, di sfinimenti in sfinimenti di ogni principio, in un crescendo di Insignificanze». D’altronde, come al XIII Congresso di Radicali Italiani lo scrittore non ha mancato di rimarcare, « l’uomo è perennemente in guerra con il Tutto ma il Tutto è più forte dell’uomo e l’uomo finirà di esserci». È una riflessione, tanto dolorosa quanto lucida, insistente in Ceronetti. Ne L’occhio del barbagianni, ad esempio, annota con gnostica amarezza: «Siamo impurità ambulanti, impurità che inciampano e creano e custodiscono l’Impurità del mistero, l’impurità fondamentale dell’essere».
Eh sì, siamo penosamente assopiti, irretiti dall’oblio e temiamo di schiudere la palpebre. Il baratro ci è davanti, ma noi, anziché prenderlo di petto, lo rifuggiamo e non perdiamo occasione per evadere «per paura di una pandemia metafisica in sospeso, morbosità incurabile e fuori diagnosi – e tuttavia realissima, di disperazione». Una disperazione che non risparmia nessuno e travalica ogni confine. Tra i disperati, afferma, vanno infatti inclusi «anche tutti gli animali in cattività e i selvatici in estinzione» nonché quelli ignobilmente rinchiusi negli stabulari. «La nostra longevità», scrive, «ha un risvolto di delitto perché la sperimentazione farmacologica costa lo sterminio di milioni di piccoli, e a volte grandi, animali per museruolare e frenare il Tempo divoratore». Già, gli (altri) animali, i non umani, sul cui sfruttamento, sui cui campi di concentramento costituiti dagli allevamenti intensivi, sul cui olocausto chiudiamo siamo ciechi e sordi. Ciechi su quanto, volenti o nolenti, s’impone al nostro sguardo. Sordi alle urla strazianti che provengono dai mattatoi o dai laboratori in cui il sadismo antropocentrico impazza. «Si era mai visto i cereali fare funzione di icrocarburi o dati in pasti agli erbivori, le pollastre incollate a centinaia in gabbie dove non è mai notte?». «Mi è impossibile», si legge anche ne L’occhio del barbagianni, «pensare a un filosofo, all’uomo filosofico che non aborrisca cibarsi di animali morti». E ancora: «Forza alle leggi di Antigone! Ai miserabili le rapine per denaro. A noi di appostarci in bande bene organizzate e in luoghi deserti attendere il passaggio dei treni che portano bovini, suini, cavalli, pecore al macello. Minacciamo i macchinisti, il treno ripartirà vuoto. Caricati i bovini su comodi automezzi li portiamo lontano, in pascoli inaccessibili ai macellatori».
Continuiamo, intanto, a precipitare, come nel beatlesiano Helter Skelter, lungo uno scivolo. Non a caso, Helter Skelter è il motivo che pare abbia molto colpito il carnefice Charles Manson, ispiratore e artefice con la sua banda del massacro di Cielo Drive in cui, il 9 agosto 1969, venne, tra gli altri, assassinata Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, 26 anni, incinta di otto mesi. Nello specchio del suo bagno fu scritto con uno straccio intriso di sangue il titolo del brano inciso dai Beatles nel White Album del 1968. Nella follia di Manson doveva annunciare “l’arrivo del caos” e “la fine del mondo”. Eppure, nonostante la società pare avere «imboccato con risolutezza la via di un’innominabile barbarie», non tutto è perduto anche se «Dio rifiuta il nostro confidare in lui; tutt’al più accetta l’offerta della nostra disperazione». Dipende da noi, da come sapremo avviare e compiere quel processo metamorfico, alchemico, quel rivolgimento interiore che, approssimati alla fine della corsa, non possiamo più eludere. Perché ciò accada dobbiamo sottrarre il tragico all’impostura della pantomima cronachistica, volgerlo ad occasione di riscatto catartico. Come c’insegna la Tavola smeraldina quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius. Tutto è indissolubilmente legato, «bene-male, luce-tenebra, gioia-dolore, cielo-inferno, acqua-fuoco». Discendere può essere preludio di risalita. L’abisso, almeno per ora, può attendere.

Mio articolo nel quotidiano Il Garantista, sabato 08 agosto 2015

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