L’arte di rubare la vita quando gli altri dormono

L’arte di rubare la vita quando gli altri dormono

“La linea che De Felice traccia, non prigioniera di limiti ideali e di chiuse preconcette, tiene liberamente dietro gli aspetti infiniti della infinita realtà. Il suo segno si avventura liberamente tra forma e forma, in quello spazio che prima era chiamato vuoto, e creduto vuoto”. Così nel 1948 Alberto Savinio si pronunciava a proposito delle opere di Aurelio De Felice, artista di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.
Nonostante sia stato ritenuto tra gli scultori più significativi del nostro Novecento da critici così diversi tra loro come Vittorio Sgarbi e Federico Zeri, riuscendo a mettere d’accordo sulla sua produzione gente del calibro di Giulio Carlo Argan, Enrico Crispolti, Mario De Micheli, Antonello Trombadori, di lui non se ne parla affatto, neanche quando si accenna al periodo della Scuola romana di cui, alla fine degli anni Trenta, venne definito l’enfant prodige. Niente. Rimozione totale. Come se non fosse mai esistito. Continua a scontare l’avere saputo resistere al richiamo di tante sirene contrapponendo, specialmente negli ultimi vent’anni della sua vita, una scelta rigorosamente eremitica a ogni sorta di presenzialismo.
Lui che, quando frequentava lo studio di Pericle Fazzini, era entrato nelle grazie di poeti come Cardarelli e Ungaretti e, nel periodo parigino, aveva diretto insieme a Gino Severini un’importante scuola per l’insegnamento del mosaico (tra i due, entrambi di carattere forte, scoppiarono presto scintille) e discuteva a tu per tu con Picasso, Cocteau, Zadkine, Tobey, è stato del tutto cancellato. Cerchiamo, allora, colmare con un piccolo contributo questa grave lacuna.
Torreorsina, nel cuore della Valnerina, ad 11 km da Terni. Per raggiungere la casa di Aurelio De Felice dalla piazzetta antistante alla chiesa bisogna percorrere un breve ma ripido tragitto. Alla fine, un piccolo colle ti attende tutto rivolto all’incantevole scenario della Cascata delle Marmore. Da questa altitudine il paesaggio sembra immerso in apparente staticità. Qui l’artista amava spesso sostare. Veniva con lenta cadenza, poggiato ad un bastone, guardandosi intorno con il capo un po’ reclino, come a scoprire ogni volta qualcosa di nuovo nella quiete inazzurrata dell’orizzonte. Guardava lontano, nel silenzio rotto solo dal garrulo volo degli uccelli, lanciando lo sguardo alla vallata. In questo luogo che sa ugualmente di cielo e di terra, al confine tra le umane passioni e la vocazione più nitida, l’artista s’era volontariamente ritirato negli ultimi vent’anni. Nel pieno di una brillante carriera ininterrottamente contrassegnata, per oltre un quarantennio, da un susseguirsi di mostre, successi, amicizie con i massimi protagonisti dell’arte europea del Novecento, incurante delle lusinghe dei critici, piantò in asso tutto e tutti per tornare alle origini, alla dimora natale, quasi un rientro nel ventre materno.
Alle mura domestiche De Felice si era sempre sentito legato anche quando, non ancora maggiorenne (era nato il 29 ottobre 1915, secondo di quattro figli), s’era reso conto che il suo destino doveva compiersi altrove fuggendo, agli inizi degli anni Trenta, a Roma, dove alternava lo studio ai lavori più umili. La capitale, oltre ad esercitare un fascino stregante, rappresentava per lui una scommessa di vita e una ribellione alle scelte che il padre, operaio e piccolo proprietario terriero, avrebbe voluto imporgli. “Mio padre”, racconterà più tardi, “spinto da esigenze economiche, mi aveva mandato a lavorare alla fabbrica d’armi dove resistetti per tre mesi. Poi un bel giorno non ne potei più e me ne andai a Roma. Allora egli prese le mie piccole sculture e le gettò dalla finestra…”. Era il periodo della cosiddetta Scuola romana di Scipione, Mafai, Antonietta Raphäel, Mirko, Pericle Fazzini. Proprio di quest’ultimo, conosciuto all’Accademia di Belle Arti (da cui venne espulso per un anno per avere aspramente criticato, in una tesina, ogni accademismo), De Felice divenne insieme amico e allievo. Nel suo laboratorio conobbe Guttuso, Guzzi, Montanarini, Tamburi, i poeti Ungaretti e Libero De Libero (direttore artistico in quel periodo della Galleria della Cometa). Non si sentiva attratto tanto dalla componente espressionistica della corrente artistica quanto dalla sua dimensione elegiaca, dall’incantato lirismo pittorico innervato da un gusto squisitamente plastico. La Scuola romana era formata da giovani di diversa provenienza che volevano reagire ai modi classicheggianti analizzando soprattutto il rapporto tra l’uomo e gli oggetti, la percezione soggettiva dell’immagine, sviluppando, in nome di un antinaturalismo di fondo, la ricerca di una realtà incantata e al tempo stesso terrena, sanguigna, con soluzioni coloristiche intrise di sensitività e passionalità e toni provocatori, talora gridati (come nel caso di Scipione), volti a potenziare la forma. Al 1937 risalgono le prime opere in legno come Silvia e Giovane santa, al 1938 Il giovane innamorato. Del 1940 è, invece, Adolescente con ocarina che gli valse l’apprezzamento e la stima di Vincenzo Cardarelli. Quando, ricordando quel periodo, lo scultore parlava del poeta, la sua voce, di per sé roca e marcatamente baritonale, diventava a tratti rotta dalla commozione. “Caro giovane amico”, gli aveva detto una volta Cardarelli, “non dimentichi mai che il vero artista nella sua opera fa sempre autoritratto, non ne abbia paura”. E De Felice, che in una lettera del 1968 si definì ladro della vita, non cessò mai di tenere bene a mente quel consiglio:“Sono un “ladro” della vita! Quando gli altri dormono io sono desto per “rubare”. Faccio statue, disegni, poesie, canto e vago da un punto all’altro dell’universo! Gli altri uomini dormono ed io mi sento padrone del mondo; “rubo” la vita e tutto mi appartiene durante la notte”.
Sia nei disegni che nelle sculture era come se scrutasse continuamente il proprio volto: qualsiasi piega assumessero le linee o qualsiasi direzione prendessero i colpi di scalpello, appariva lui, con i suoi tratti somatici ben evidenziati. Nel 1946 espose in Svizzera e, poi, in Germania. Nel 1950 fu in Francia, a Parigi, dove, insieme a Gino Severini diede vita la “Scuola d’arte italiana di mosaico ravennate e ceramiche di Faenza” confermando la propria inclinazione europea. Appartengono a questo periodo opere pittoriche en plein air intrise di cromatismi ambivalenti in cui il rosso, l’azzurro, il verde, il giallo giocano un ruolo determinante. Nel 1960 fu a Lione e nuovamente in Germania. L’anno seguente fondò l’Istituto statale d’arte di Terni. Nel frattempo continuava ad esporre nelle principali città europee, e non solo.
Nel 1977 fu invitato dal Museo d’arte moderna di Tokyo per una conferenza su Orneore Metelli, il padre dei naïfs italiani da lui scoperto nel 1936: “La pittura di Metelli”, si legge nel suo Diario di uno scultore (Carte segrete, 1979), “non ti stanchi mai di guardarla perché è vera, pura, spontanea, sgorgante dall’anima, senza calcoli arrivistici, senza speculazione e senza altri imbrogli interiori”. Potremmo ricorrere alle stesse parole anche per l’arte di De Felice, per le sue opere che spesso rimandano al tema, centrale, della maternità. Sono circa una cinquantina, tra sculture, disegni, acqueforti e tre ceramiche, le opere in cui compare un esplicito riferimento a questo argomento. La felicità, per lui, risiedeva nella forte e irrefrenabile tentazione dell’origine. E la madre rappresentava, incarnava, questa tentazione, questa tensione in cui ebbrezza e malinconia paiono destinate a fondersi.
Il 1982 è l’anno della svolta o, se si preferisce, del ritiro. Mentre si stava recando allo studio romano di via Masolino da Panicale, nella zona di Trastevere, fu investito da un’auto in transito riportando gravi lesioni alle gambe. Fu il pretesto per ritirarsi in malinconico esilio tra le mura della casa di Torre Orsina, dove si spegnerà il 14 giugno 1996: “vivo/ per la umana pietà”, scrisse, “e anche sculture/ per le impossibili alture/ faccio./ La porta si chiude/ la finestra si apre/ il cuore se ne va lontano”. Nel 1993 la sua opera in bronzo Maternità fu collocata in Giappone nel parco di Nunobiki, in una splendida altura dominante la città di Kobe. Nel 2001 il Centro mondiale delle poesia e della cultura di Recanati ha scelto Adolescente con ocarina come proprio logo. Una riproduzione del celebre bronzo del 1940 è stata collocata sull’ ermo colle leopardiano.
Dal quotidiano Il Garantista di giovedì 27 agosto 2013

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