Se ne va a 89 anni Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza in Italia “Ma io non sono qua per ammazzar la gente…” Fu il pioniere del movimento nonviolento. Nel 1949, in seguito ad una crisi morale, rifiutò il servizio militare,pagando la sua scelta con 18 mese di carcere

Se ne va a 89 anni Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza in Italia “Ma io non sono qua per ammazzar la gente…” Fu il pioniere del movimento nonviolento. Nel 1949, in seguito ad una crisi morale, rifiutò il servizio militare,pagando la sua scelta con 18 mese di carcere

dal quotidiano Il Dubbio di sabato 16 aprile 2016

di Francesco Pullia

Alle giovani generazioni il nome di Pietro Pinna, scomparso a Firenze a 89 anni nella notte tra il 13 e il 14 aprile, dirà poco. Eppure a questa straordinaria figura di militante nonviolento devono molto perché è stato il primo obiettore di coscienza laico in Italia e alla sua lotta condotta senza pari in prima persona si deve l’attivazione di iniziative politiche e parlamentari che sfoceranno nella prima legge del 1972. Ragioniere poco più che ventenne, impiegato di banca, di origine sarda ma ferrarese di adozione, Pietro Pinna era stato chiamato alle armi nel settembre del 1948 e assegnato alla Scuola allievi ufficiali di Lecce. Dopo pochi mesi, nel gennaio del 1949, in seguito ad una crisi di coscienza, si rifiutò di partecipare agli addestramenti militari e inviò al Ministero della Difesa un’istanza con cui chiedeva il riconoscimento dello status di obiettore e, quindi, l’esonero dichiarando altresì la propria disponibilità a rastrellare terreni minati come servizio alternativo disarmato.
Così nel libro “La mia obbiezione di coscienza” (Movimento nonviolento, 1994) ricordò quella decisione che ne avrebbe profondamente segnato e condizionato la vita: “A quella risoluzione così grave approdavo lungo un processo di anni, attraversati da vicissitudini materiali e spirituali sconvolgenti, segnati dall’esperienza tremenda della guerra. (…) La messa in atto di quell’idea aveva richiesto un tempo prolungato di maturazione tormentosa, non tanto per le conseguenze personali (che pur si propsettavano, nell’ignoranza assoluta di un gesto del genere, enormemente paurose), ma per il complesso di concezioni, di problemi, di posizioni che investiva, che metteva in gioco l’intera visione ordinaria del mondo. Una scelta che cadeva in un vuoto apparentemente totale, in lacerante contrasto con il pensiero e l’agire dominanti”. Scrisse, quindi, ad Aldo Capitini conosciuto casualmente a Ferrara e da cui era rimasto particolarmente impressionato (“Me ne veniva la rivelazione che la coscienza dell’umana religiosità, che attorno a me in quei tempi travagliati vedevo sorda e corrotta, era viva e fervente, e parlava con voce limpida e salda”). Capitini, per non influenzarlo, non gli rispose subito ma soltanto dopo la notizia del rifiuto e dell’arresto.
Anziché l’attesa esenzione dal servizio militare, arrivarono infatti a Pinna l’esclusione dal corso di allievi ufficiali e la notifica di una nuova destinazione al Car di Casale Monferrato. Lì avrebbe dovuto portare a termine la ferma come soldato semplice. Raggiunta la nuova destinazione, Pinna inviò, però, nuova lettera al Ministero rifiutandosi di prendere parte alle esercitazioni. I superiori, questa volta, lo deferirono al tribunale militare con l’accusa di “disubbidienza continuata” e, in attesa del procedimento, lo mandarono in galera. Il processo si celebrò a Torino alla fine di agosto. La difesa fu affidata a Bruno Segre e Agostino Buda e come testimoni furono chiamati Umberto Calosso, Aldo Capitini e Edmondo Marcucci. Quando gli fu concessa la parola, Pinna dichiarò, tra l’altro, di richiamarsi ai principi della nonviolenza e della non menzogna. Fu condannato a dieci mesi di reclusione ma con il beneficio della condizionale e la non iscrizione. Scarcerato, venne nuovamente raggiunto da una cartolina precetto che gli intimava di presentarsi al Centro addestramento reclute di Avellino. Rinnovata la disobbedienza, fu tradotto al carcere militare di Sant’Elmo a Napoli e sottoposto a processo per direttissima. Non gli fu possibile neanche nominare i difensori di fiducia. Soltanto Umberto Calosso poté assistere al processo. Gli venne, invece, assegnato un difensore d’ufficio che, anziché sostenerlo, gli si mise contro. La nuova sentenza, pronunciata il 5 ottobre 1949, gli comminò altri otto mesi di reclusione. Nel novembre successivo, intanto, Colosso, deputato socialdemocratico, presentò, insieme al democristiano Igino Giordani, la prima proposta di legge per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza. La Camera decise a larga maggioranza di rimandarne l’esame alla commissione competente. Alcuni giorni dopo, Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, e Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, ricevettero un appello firmato da oltre venti parlamentari laburisti inglesi per la scarcerazione dell’obiettore ferrarese. Il caso si concluse in modo grottesco. Il 29 dicembre 1949 gli fu comunicato d’essere stato amnistiato in occasione dell’anno santo. Nonostante avesse rifiutato il condono, fu obbligato ugualmente ad uscire. Mandato a Bari, al nono reggimento fanteria, rinnovò, nel gennaio dell’anno seguente, per l’ennesima volta la scelta dell’obiezione. Il medico militare volle, stavolta, visitarlo a tutti i costi per riscontrargli un’inesistente ‘nevrosi cardiaca’. Pertanto, il 12 gennaio 1950, venne riformato e definitivamente congedato. Divenne il più stretto collaboratore di Aldo Capitini, partecipando attivamente all’organizzazione della prima Marcia per la pace Perugia-Assisi (svoltasi il 24 settembre 1961) e alla creazione nel 1962 del Movimento Nonviolento, di cui assunse la guida. Diede inoltre vita con Capitini, nel 1964, alla rivista Azione nonviolenta, di cui fino alla scomparsa fu direttore responsabile. Successivamente, e precisamente nel 1973, Pietro Pinna fu condannato a quattro mesi, con sentenza confermata in appello e in cassazione, per avere diffuso l’anno prima un manifesto antimilitarista in occasione della ricorrenza del 4 novembre. Il 9 agosto 1974, condannato in via definitiva, presentò una domanda di grazia la Presidente della Repubblica rivendicando il riconoscimento della liceità etica e politica della nonviolenza. Il 17 gennaio 1975 venne, tuttavia, arrestato e rinchiuso nel carcere di Perugia. Dopo quattro settimane, l’istanza di grazia venne accolta e Pinna poté finalmente uscire. Nell’aprile del ’79 fu condannato dalla Corte d’Appello di Trieste ad una pena di 8 mesi di reclusione per blocco stradale, pena successivamente condonata. Tra gli organizzatori della Marcia Catania-Comiso (24 dicembre 1982 – 3 gennaio 1983) contro l’installazione della base missilistica statunitense, nel 2008 fu stato insignito del Premio nazionale Nonviolenza. Nel 2012 la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa gli conferì la laurea honoris causa in Scienze per la Pace. Lo scorso anno i radicali perugini chiesero al Comune la sua iscrizione all’albo d’oro di Perugia, considerato il ruolo di primo piano svolto nella città umbra dove operò a lungo, prima di recarsi a Firenze, abitando in quell’appartamento di via di Villaggio S. Livia, 103, dove, sino alla morte avvenuta il 19 ottobre 1968, aveva vissuto Capitini. La domanda fu, però, rigettata perché, stando a quanto pretestuosamente sostenuto da un’apposita commissione, Pinna non era nato a Perugia né più vi risiedeva. Pertanto non sarebbe stato possibile concedere alcuna benemerenza. Chissà se adesso il Comune non si ravveda. I funerali si svolgeranno oggi alle 16,30 a Firenze nella chiesa in piazza Savonarola. Prima alle ore 14 ci sarà veglia in una sala del complesso valdese.

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