Androginia e oltrepassamento del dualismo

Androginia e oltrepassamento del dualismo

L’androginia, coesistenza nella medesima unità della polarità maschile e femminile, è costitutiva a livello archetipico della nostra condizione segnata dalla finitudine e dall’umana nostalgia per la conoscenza originaria. A questo stato l’essere umano non ha mai smesso di volgersi, esternando il proprio anelito all’interezza in forme e modi che attraversano e coinvolgono ogni orizzonte culturale. I miti costruiti sin dalla più lontana antichità lo attestano ampiamente continuando, nel corso dei millenni, ad alimentare il nostro immaginario con figure emblematiche che, nonostante i ripetuti tentativi di soffocamento e annientamento effettuati da parte di visioni limitate e violente, hanno sempre accompagnato la nostra storia arricchendola e invitandoci, più o meno esplicitamente, a superare inconcepibili steccati nel segno di una reintegrazione e del conseguimento di una piena, profonda, consapevolezza. La transessualità, il passaggio da una divisoria differenziazione ad un’indifferenziazione primigenia, il cambiamento di genere che sta alla base di una nuova, più allargata e articolata concezione sociale, ne sono solo l’aspetto più macroscopico e profano.
Nella gnostica Apocalisse di Adamo, ritrovata, insieme ad altri documenti, nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto, e risalente al I-II secolo d.C., si legge che in origine Adamo ed Eva vivevano in una condizione spirituale superiore ed erano un unico eone nel pleroma, il mondo superiore, al di sotto del quale c’erano le tenebre dominate dal cattivo demiurgo creatore dell’Universo. Il demiurgo, per invidia, divise l’eone in due esseri mortali, sottoponendoli alla sua terribile legge. Nel sistema gnostico di Valentino gli eoni erano distribuiti in coppie complementari, al tempo stesso maschili e femminili, chiamate Sigizie. Caduto nella dualità, prigioniero e sofferente, l’uomo deve ritrovare l’unità originale in cui non vi è distinzione tra sé e Tutto, tra individuale e universale, tra maschio e femmina. Stando a quanto ci ha tramandato Ippolito (170 – 235), nella sua Confutazione di tutte le eresie, secondo la setta alessandrina ebraico-cristiana degli Ofiti (greco antico: ὄφις, “serpente”) o Naasseni (ebraico: nâhâsh, “serpente”) – chiamati così perché veneravano il serpente corruttore di Adamo ed Eva, ritenuto elargitore agli uomini della conoscenza del bene e del male preclusa dal Dio veterotestamentario, creatore del mondo ma, secondo la gnosi, inferiore al Dio supremo – Adamas, Dio incorruttibile e Uomo eterno, genera da sé, a sua immagine e somiglianza, Adamo, uomo mortale e dio decaduto. A presiedere alla generazione sono chiamate le potenze dei mondi inferiori, a loro volta originate dalla scissione dell’unità divina che sconvolge la vita del pleroma. L’ultima di queste potenze, cioè quella che presiede al mondo terrestre, chiamata Esaldaios, è appunto il demiurgo creatore del mondo, colui che, incatenando la terra, circoscrive il divino in un orizzonte di tenebra e opacità. William Blake, in una celebre incisione, lo immagina mentre con il compasso fende l’abisso. Il Dio incorruttibile, tuttavia, per riscattarci dal demiurgo, manda suo figlio, il Logos che, attraversando gli stadi per cui è transitata la scintilla divina, scende dal pleroma perché si possa compiere la rigenerazione. Nella tradizione ermetico-alchemica, l’androgino rappresenta la condizione originaria dello stato umano ed è raffigurata dal Rebis, essere con due teste, una maschile ed una femminile, che tiene sottomesso un drago
Nella Qabbālāh è androgino l’Adam Kadmon l’essere che, come nell’Apocalisse di Adamo, viene diviso in due a causa del peccato originale. Molte divinità dell’antico Egitto, dell’antica Grecia, dell’induismo hanno natura androgina, per non parlare dei riti sessuali tantrici che si prefiggono la ricostituzione dell’androgino primordiale.
Shiva è essenzialmente androgino, anche quando il suo aspetto è maschile. In un inno tamil a lui dedicato si canta che “metà del suo corpo avvolge il sesso opposto/ la sua forma lo risucchia e lo nasconde in sé”. Il ritorno allo stato divino primordiale è espresso nel Tao dalla coincidentia oppositorum tra Yin e Yang. Nel simbolo con cui viene raffigurata l’interazione dei due principi, la spirale bianca inizia dove finisce quella nera. Entrambe contengono al proprio interno un punto che rimanda all’altra polarità. La spirale bianca ha un punto nero e quella nera uno bianco, lasciando intendere la complementarietà degli opposti nell’ordine cosmico.
Nel Simposio platonico, Aristofane spiega agli altri convivati che all’origine del mondo, gli esseri umani erano di tre generi: il maschile, il femminile e, appunto, l’androgino. Non figlio del Sole come gli uomini, non figlio della Terra come le donne, ma figlio della Luna e della natura di entrambi partecipava. L’androgino sarebbe stato felice, perché completo. Gli dei, però, gelosi della sua felicità, si sentivano minacciati. Zeus, allora, lo separò in due metà, ridotte a solo maschio e solo femmina. È dalla nostalgia dell’interezza originaria che nasce l’amore, dallo struggente desiderio di ricomporre l’unità.
Nelle Metamorfosi di Ovidio quando il giovane Ermafrodito si reca alla fonte Caria, la ninfa Salmacide se ne innamora e cerca di sedurlo, ma di fronte al rifiuto di Ermafrodito, lo attira nelle acque, lo abbraccia e chiede agli dei che la stretta non possa più essere sciolta. Da quel momento, Ermafrodito, che racchiude nel suo corpo quello della ninfa, diventa androgino.
Nel Novecento il mito ovidiano ritornerà quasi come immagine rovesciata della fantasia platonica. Nel surrealismo si trovano i casi più interessanti. Breton sostiene che ogni essere umano è “stato gettato nella vita alla ricerca di un essere dell’altro sesso e di uno soltanto, che gli sia pari sotto tutti gli aspetti al punto che uno dei due senza l’altro sembri prodotto di una dissociazione, di una dislocazione di un unico blocco di luce”. In generale, le avanguardie novecentesche hanno eletto l’androginia a spazio privilegiato per rappresentare la drammaturgia intima dell’esistenza.
Alla luce del dolore che attraversa e turba le nostre vite, sorge, a questo punto, legittima la domanda se mai potrà davvero ricomporsi l’unità infranta. Forse una risposta può giungerci dalle parole che, in quel gioiello che è L’ultima estate di Klingsor di Hermann Hesse, il mago armeno rivolge all’artista con cui dialoga: tutti gli opposti, bianco e nero, bene e male, vita e morte, non sono altro che illusione.
Compito dell’iniziato è sollevare il velo di Maya, svelare, appunto, l’illusione per ciò che essa è, identificare l’attimo e l’eterno

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