Ciao Marco ribelle per amore

Ciao Marco ribelle per amore

“La compresenza dei morti e dei viventi”. Nell’ultimo ventennio questa espressione capitiniana, così densa, ricca, fertile, piacque tanto a Marco Pannella da citarla spesso in occasione di incontri, convegni o delle conversazioni domenicali a Radio radicale. E subito dopo, con l’onestà che lo contraddistingueva, non dimenticava mai di rendere noto a tutti che, a suo dire, ero stato io ad avergli fatto conoscere lo spessore del pensiero di Capitini. Dialogare con Marco era gratificante perché prestava sempre attenzione alle parole dell’interlocutore. Contrariamente a quanto si possa immaginare, era sì logorroico ma non accentratore. Anzi, il suo era una sorta di ascolto totale, nel senso che vi partecipava con tutto se stesso, con l’udito, con lo sguardo, con l’animo, pronto a carpire un concetto, una frase, un significato che, se lo colpivano, immediatamente rielaborava in modo completamente innovativo, con interpretazioni così originali da lasciarti di stucco. In pochi minuti se ne usciva con folgoranti illuminazioni che sortivano in te l’identico effetto di una bastonata data da un maestro zen. E così fu anche con la “compresenza”, termine che lo intrigava e su cui rifletteva appassionatamente a voce alta. Qualche anno fa, proprio per approfondire questo tema mi tenne avvinto al telefono per più di due ore. Una conversazione indimenticabile in cui eventi privati si fondevano in un tutt’uno con elementi politici. Capitini si rivelò, in realtà, un pretesto per passare in rassegna, con voli impressionanti, momenti centrali della cultura del Novecento. Mi raccontò delle visite napoletane a “don Benedetto” (Croce, ovviamente) e, poi, via via, dei periodi trascorsi in Francia (il padre era abruzzese, la madre, invece, Andrea Estechon, veniva dalla Svizzera francese), della sua amicizia con un numero impressionante di filosofi, scrittori, poeti, pittori, musicisti. E ricordo perfettamente la commozione con cui mi raccontò di Adria, amichetta del cuore, compagna di giochi e di violino. ” L’adoravo, dicevo che ero il suo fidanzatino. Un giorno, però, lei non arrivò, sparì. Disperato la cercai ovunque, finché il maestro di violino mi disse la verità: Adria e la sua famiglia erano dovuti scappare perché ebrei, a causa delle orrende leggi razziali del 1938. Fu, allora – mi disse Marco – che, ad otto anni, improvvisamente mi si aprirono innanzi aspetti inediti della vita e della storia politica ed ebbi la percezione di una nuova visione”. Devo molto a Marco, al suo volermi bene. È stato il poeta della politica, in modo originale, irripetibile. Un uomo dotato, come pochi, di grandissima spiritualità che non ha mai mancato di insistere sul fatto che laicismo non significa affatto essere riottosi nei confronti della religiosità ma, al contrario, avvertire il mistero con straordinaria intensità e senza alcun approccio dogmatico. Si sentiva affascinato dal buddhismo (fu a stretto contatto con il Dalai Lama) e dal dettato evangelico (negli ultimi tempi aveva instaurato un rapporto particolare con mons. Vincenzo Paglia). Difficile dimenticare la sua toccante partecipazione in occasione di dolorosi eventi che mi hanno segnato. Con lui se ne va la mia giovinezza contrassegnata da entusiasmo, speranza, illusioni. Mi piace salutarlo evocando l’immagine di lui che, un pomeriggio di Pasqua di qualche anno fa, nel pieno di uno sciopero della fame e della sete, si mette a parlare in una trasmissione della persecuzione subita in Vietnam dalla minoranza cristiana dei Montagnard trovando la forza di alzarsi per esortare accoratamente il pubblico ad esclamare, insieme a lui, la gioia della resurrezione: “Cristo è risorto! Cristo è risorto!”. Un folle? No. Un uomo che credeva profondamente nella forza dell’amore.

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