Pannella “ateo apostata”? Ma mi faccia il piacere…

Pannella “ateo apostata”? Ma mi faccia il piacere…

E così Marco Pannella sarebbe un apostata dell’ateismo. A sentenziarlo, anzi a pontificarlo, è “nientemeno” che Piergiorgio Odifreddi in una nota pubblicata nel suo blog infarcita di astio, mistificazione, incomprensione e contenente soprattutto alla base un gravissimo equivoco purtroppo assai diffuso negli ambienti di certo bolso sinistrismo. Dunque, secondo il nostro “maître à penser” la lettera scritta prima di morire da Pannella a papa Francesco getterebbe, udite udite, “una triste ombra sull’ateismo del leader radicale e retrospettivamente anche sul suo anticlericalismo”. Diciamocela tutta e cioè che bisogna essere proprio in malafede per sostenere che Pannella si sia mai professato ateo. A meno che, e questo è il punto, non si voglia, evidenziando paurosa superficialità, continuare a confondere laicismo con ateismo e antireligiosità. Farlo significa ignorare la profonda, ricchissima, spiritualità di una tradizione laica e non confessionale che, solo per restare in ambito italiano, da Mazzini, tramite Martinetti e, ancor di più, Aldo Capitini, giunge fino all’esponente radicale. Odifreddi, impantanato in una visione sterilmente dualistica, manichea diremmo, ignora o finge di ignorare, come tutti i fondamentalisti, che si possa esprimere una visione religiosa al di fuori di steccati. Evidentemente non sa o non vuole sapere come e quanto Pannella non abbia smesso un solo istante di richiamarsi ad una visione spiritualistica in cui, in un meraviglioso crogiolo, hanno giocato un ruolo rilevante Blaise Pascal (l’uomo come “canna pensante”, posto tra i due abissi dell’infinito e del nulla, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, l’essere spirituale e il corporeo, l’angelo e la bestia), il personalismo di Emmanuel Mounier, il vitalismo bergsoniano, la critica al determinismo di Boutroux (la libertà come piena affermazione di spontanea individualità), una certa visione esistenzialista, più camusiana che sartriana, l’evangelismo tolstojano (riletto da Italo Mancini o Ernesto Balducci) e, non privo, per certi aspetti, di echi dell’utopia giurisdavidica di Davide Lazzaretti, il modernismo di Buonaiuti e, ancor di più, di Romolo Murri. Nell’ultimo ventennio su questo composito tronco si sono anche innestati elementi buddhisti derivati, per via del sostegno dato alle sacrosante rivendicazioni del popolo tibetano, dall’assidua frequentazione del Dalai Lama e di esponenti religiosi birmani, vietnamiti, cambogiani, thailandesi. Ma, al di là di tutto, Pannella non ha mancato mai di parlare del “mistero”, con tale tensione escatologica da rievocare suggestioni provenienti da Ernst Bloch o Martin Buber. Non va dimenticata la passione con cui volle che si organizzasse nel dicembre 2004 a Bruxelles, nelle sede del Parlamento europeo, un bellissimo convegno internazionale su religioni e laicità cui, tra gli altri, parteciparono, come relatori, l’americana Frances Kissling, presidente di Catholic for a Free Choice, il gesuita José Maria Castillo, i francesi Jacques Pohier, già decano di teologia morale alla facoltà domenicana di Le Saulchoir, e Henri Pena-Ruiz, membro della commissione che aveva stabilito l’ostentazione in pubblico del velo islamico e di altri simboli religiosi, i filosofi italiani Pietro Prini e Luigi Lombardi Vallari.
Che dire, poi, dei suoi incontri con Vito Mancuso, Enzo Bianchi o con uno gnostico come Guido Ceronetti? Che dire del sostegno ai Montagnard vietnamiti, vittime di genocidio perché cristiani?
E, ancora, è davvero riprovevole che Pannella abbia scritto una toccante missiva ad un pontefice che va incontro ai migranti, ai diseredati, ai reietti per abbracciarli e offrire (così come con i carcerati) concreta solidarietà? Di sicuro è stato uno dei gesti più laici che abbia fatto in vita sua. Guardiamo ai contenuti e non al formalismo di certo intellettualismo salottiero. Per la sua profonda religiosità, Marco Pannella è stato davvero il politico più laico che l’Italia abbia mai avuto. Il testo tanto “incriminato” da Odifreddi (il quale nel suo sproloquio arriva addirittura a mettere in dubbio la storicità di Cristo e – citiamo – “la supposta profondità dell’etica cristiana”) è in perfetta sintonia e coerenza con la straordinaria battaglia intrapresa dai radicali negli anni Ottanta per salvare milioni di uomini, donne, bambini dallo sterminio per fame e per sete nel mondo e, ancora, con il satyagraha che ha tradotto in azione il contenuto del manifesto-appello del 2006 dalla sinagoga di Firenze. In altre parole, in tempi non sospetti e in piena unità d’intenti con quanto paventato già negli anni Settanta dal Club di Roma di Aurelio Peccei, Pannella aveva previsto lo scenario attuale di migrazione, dolore, dramma, la trasformazione del Mediterraneo in un cimitero a cielo aperto e voleva scongiurare in tutti i modi che ciò potesse avverarsi (come, purtroppo, è accaduto). Non si capisce, pertanto, cosa ci sia di tanto strano nella manifestazione d’affetto e umiltà nei confronti di un pontefice con cui si trova concordanza. A meno che non si intenda mestare e restare nel torbido, cioè nella cattiva coscienza di chi al dialogo preferisce l’inconcludenza dell’arroccamento pregiudiziale su posizioni strumentali e ideologiche.

No comments yet.

Join the Conversation