1966-2016. A cinquant’anni dalla “compresenza” di Aldo Capitini

1966-2016. A cinquant’anni dalla “compresenza” di Aldo Capitini

Esattamente cinquant’anni fa, nel luglio 1966, la casa editrice Il Saggiatore mandava in libreria La compresenza dei morti e dei viventi, uno dei libri più intensi di Aldo Capitini, forse il più bello e originale. Ormai irreperibile (non se ne trova una copia neanche nei canali di vendita online), vale la pena rileggerlo attentamente per l’appassionata visione sociale innovatrice che contiene e trasmette. Nel 1967 il testo si meritò il premio straordinario “Viareggio” per la saggistica ma il cronista della Rai, come attestano i filmati d’epoca, si guardò bene da intervistare l’autore che, anzi, si ritrovò addirittura spintonato fuori dal palco. Non è difficile comprendere il motivo di un simile comportamento pregiudizievole. In cinquantadue capitoli, divisi in enunciazioni seguite da note esplicative, Capitini rimarca, approfondendoli, i concetti chiave della sua elaborazione nonviolenta: l’unità-amore verso tutti gli esseri senzienti, senza alcuna distinzione e delimitazione; la cooperazione di ognuno, inclusi i malati, gli svantaggiati fisici e psichici, i trapassati, all’incessante creazione di valori, di “aggiunte” in una società orizzontale, non verticistica, omnicratica (nel senso della chiamata di ogni soggettività all’assunzione di potere), aperta (ben prima di Popper); l’oltrepassamento della morte o, per meglio dire, l’appressamento a quest’ultima come atto di vita; la concezione dei mezzi come anticipazione, prefigurazione, dei fini; la compensazione, tramite al compresenza, delle insufficienze di questo mondo: ciò che non è (o non è ancora) supplisce, integra, amplia ciò che è; l’importanza di essere speranza rispetto all’avere speranza. Basta questa sintesi per farci comprendere come e quanto Marco Pannella sia stato influenzato dall’intuizione capitiniana della compresenza, tanto da farne instancabilmente, quasi ossessivamente, una sorta di leit motiv nell’ultimo ventennio. Nonostante le profonde differenze, Capitini ha in comune con Pannella una certa “anomalia” nel nostro limitatissimo orizzonte politico-culturale. Tra le voci più alte del Novecento, riformatore religioso aconfessionale, liberalsocialista, instancabile assertore ed elaboratore della nonviolenza, deve la sua rimozione proprio all’incapacità d’essere riconducibile ad ambiti culturali codificati. Introdotto nel 1930 alle teorie gandhiane da Claudio Baglietto (un normalista fuggito dall’Italia fascista grazie ad una borsa di studio all’estero), comincia subito a propugnare un’opposizione nonviolenta al totalitarismo e proprio per le sue idee, giudicate nel migliore dei casi “originali” o “strampalate”, nel 1933 viene cacciato da Giovanni Gentile dalla Normale di Pisa (dove svolgeva mansioni amministrative e di assistente volontario alla cattedra di Attilio Momigliano). Che ha fatto di tanto grave? Semplice: in opposizione alla retorica della forza e della violenza, si proclama pubblicamente (si noti bene nel 1932) vegetariano (“ero divenuto di colpo vegetariano – scrive rievocando quel periodo – per la convinzione che esitando davanti all’uccisione degli animali, gli italiani, che Mussolini stava portando alla guerra, esitassero ancor più davanti all’uccisione di esseri umani, e a Gentile (allora rettore) infastidiva che io, mangiando a tavola con gli studenti come continuavo a fare, fossi di scandalo con la mia novità!”). Gettato così alle ortiche un brillante avvenire si ritrova, di punto in bianco, senza lavoro. Per sostentarsi è costretto ad impartire ripetizioni private. Nel 1937 dà vita, insieme a Guido Calogero, al Movimento liberalsocialista. Arrestato nel 1942 insieme al fiorfiore dell’intellighenzia antifascista (tra cui lo stesso Calogero, Codignola, Enriquez Agnoletti, Ragghianti) trascorre quattro mesi alle Murate di Firenze tormentato in tutto il corpo dalle cimici che, come un autentico giainista (anche Gandhi fu sensibilmente influenzato, da parte della madre, da questa corrente filosofico-religiosa), si guarda bene dall’uccidere: le prende pazientemente una ad una per metterle fuori dalla grata. Fino al 1968, anno della prematura scomparsa (era nato a Perugia il 23 dicembre 1899, figlio del custode della torre campanaria del palazzo comunale, in una casa, come egli stesso scriverà, all’interno povera ma in una posizione stupenda su orizzonti slargati di rara bellezza), non si stanca di insistere sulla prefigurazione nonviolenta dei fini da parte dei mezzi, sulla necessità di un’autentica partecipazione di tutti alla vita pubblica, sul concorso dei cosiddetti improduttivi, degli assenti, dei morti alla produzione di realtà, su una religiosità avulsa dall’irrigidito e asfittico sistema confessionale (esemplari in merito Religione aperta del 1955, messo all’indice dalla Chiesa cattolica, Discuto la religione di Pio XII del 1957 e Battezzati non credenti del 1961). Fu dopo averlo ascoltato in un convegno a Ferrara che Pietro Pinna si convince a divenire nel 1948 il primo obiettore di coscienza laico italiano del dopoguerra. Dopo una serie di condanne e carcerazioni sarà definitivamente congedato per una presunta “nevrosi cardiaca”. Nel 1952, anticipando di gran lunga argomenti di riflessione oggi di estrema attualità, Capitini, con l’apporto di un altro validissimo assertore di nonviolenza come Edmondo Marcucci, organizza il convegno La nonviolenza riguardo al mondo animale e vegetale, nel cui ambito si costituisce la Società Vegetariana Italiana. Nel 1953 promuove, anticipando anche in questo caso la sensibilità dei nostri giorni, il primo convegno “Occidente-Oriente asiatico”. Nel 1956 vince il Premio letterario Salento con le splendide liriche di “Colloquio corale”. Nel 1958, prendendo le mosse da due processi intentati nei confronti del vescovo di Prato da due coniugi apostrofati pubblicamente come “concubini” perché “rei” d’essersi sposati in Comune e non in chiesa, si rivolge all’arcivescovo di Perugia chiedendo d’essere sbattezzato.
Guardato con sufficienza, come fosse un marziano, dai vertici comunisti e da quelli socialisti, pronti a darsi gomitate di scherno non appena se lo trovano davanti, Capitini non è stato isolato perché incompreso ma, al contrario, perché partitocrati, cortigiani, clericali, si sono resi perfettamente conto del carattere radicalmente rivoluzionario della sua prassi filosofica. Da qui l’ostracismo, il veto, la condanna a lungo all’oblio.
Chi ha potuto leggere il fitto scambio epistolare con personalità come Walter Binni, Danilo Dolci, Guido Calogero, sa quanto, negli anni Sessanta, fosse amareggiato per l’estromissione, decisa ovviamente in ambiti politici, dall’Università per stranieri di Perugia o per la mancata diffusione, da parte della casa editrice Feltrinelli, che pure lo aveva pubblicato nel 1968, del suo libro Le tecniche della nonviolenza.
Fino alla fine dei suoi giorni è un sorvegliato speciale come attestato dal bel volume “Dossier Aldo Capitini”, curato da Andrea Maori e Giuseppe Moscati (pref. di Goffredo Fofi, Stampa alternativa 2014), con le informative di polizia dal 1933 al 1968. Viene dipinto come un professore “dedito a studi filosofici e religiosi, con idee in merito tutte sue particolari difficilmente definibili”, un “mistico” estremizzante, “anarcoide”, “trotzskista”, che propaganda la disobbedienza civile e si riallaccia a Gandhi. Il suo vegetarianesimo viene considerato di “inconsistenza dottrinale” e lui stesso giudicato “misantropo”, “pittoresco professore universitario”, promotore di iniziative “pericolose”, “alquanto sconsiderate”, nonché “massimo esponente di sodalizi vari” con scarso seguito. E, tuttavia, come ha ravvisato Goffredo Fofi, anche agli informatori di polizia non sfuggono la sua diversità e, in qualche modo, la sua purezza.

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