Markus Stockhausen e Tara Bouman alla sala Podiani di Perugia. Sulle onde della conoscenza

Markus Stockhausen e Tara Bouman alla sala Podiani di Perugia. Sulle onde della conoscenza

“La musica intuitiva rappresenta la via più stimolante e gratificante perché tutto viene deciso sul momento, “sul luogo”. Non ha per me confini stilistici. Tutto viene deciso qui ed ora, in questo esatto momento. Richiede tutte le abilità musicali, la tecnica, le qualità, la fantasia, lo spirito creativo. Gli esecutori necessitano di una mente molto aperta e distesa e perfino di un orecchio ancora più attento del solito, pronto a captare qualcosa che va oltre i nostri limiti. Si esplicita come una musica nuova che altrimenti, in un altro modo, non sarebbe mai potuta essere composta né immaginata”. Così Markus Stockhausen definisce la musica intuitiva. Più di 50 cd incisi con etichette prestigiose (Ecm, Emi, Enja, tanto per citarne alcune), figlio di Karlheinz Stockhausen (1928-2007) universalmente riconosciuto tra i maggiori compositori del Novecento (la sua opera e le sue teorie hanno influenzato compositori appartenenti ad ambiti molto diversi, da Harrison Birwistle e Brian Ferneyhough a Franco Donatoni, dai Can a John Zorn, da Anthony Braxton a Franco Battiato che, con L’Egitto prima delle sabbie, 14 minuti di pianoforte con un solo accordo ripetuto, si aggiudicò nel 1979 il Premio Stockhausen), Markus porta avanti da anni con rigore un discorso che ha le proprie multiformi, rizomatiche, radici in espressioni antichissime, accomunando modalità cicliche, iterative, indiane alla concezione pitagorica, overtones tipici della vocalità tibetana al minimalismo di Riley o La Monte Young. La musica intuitiva si spinge in un percorso sacrale che conduce all’oltrepassamento della soggettività sino al ricongiungimento al “suono senza suono”, a quel germe vibrazionale in cui ogni cosa è immersa. Fu proprio il padre Karlheinz, secondo cui il suono doveva suscitare nello spazio diffrazioni all’interno di se stesso e proiettare una vasta gamma di immagini, a coniare negli anni Sessanta in Aus den Sieben Tagen (1968) e Für Kommende Zeiten (1968-71) il termine intuitive musik. Non si tratta di semplice improvvisazione quanto di una sintonia dovuta alla concomitanza di svariati fattori, quali, ad esempio, la percezione delle vibrazioni generate dal e nel luogo in cui ci si trova, la predisposizione del musicista, l’integrazione di quest’ultima con quella dei presenti, la capacità di cogliere l’ispirazione istantanea, di produrre armonici e rendere ogni esecuzione un evento paradossalmente unico nella sua ripetibilità, in grado di attivare meccanismi di trasmutazione interiore. Nella perfomance sonora di martedì 8 agosto, organizzata da Marco Pierini, direttore del Polo museale, nella sala Podiani della Galleria nazionale dell’Umbria, Markus Stockhausen (flicorno, tromba, cornetta), insieme alla moglie Tara Bouman (clarinetto, basso clarinetto), con cui ha dato vita al progetto Moving sounds, ha condotto la musica intuitiva sui versanti della deep listening di Stuart Dempster, Pauline Oliveros, Panaiotis, facendo tesoro delle ricerche condotte parallelamente in campo armonicale da Roberto Laneri, Trang Quai Hai (presso cui studiò Demetrio Stratos prima di cimentarsi nell’esperienza degli Area), Christian Bollmann, David Hykes, Michael Vetter. Difficile, infatti, non avvertire echi e suggestioni di capolavori realizzati in profondità di caverne, in cisterne, in abbazie come Thoronet o Clemente VI (ci riferiamo alla splendida incisione del 1987, per trombone e didjeridoo, di Dempster). Le onde propagate non creano vortici, gorghi cerebrali, quanto oscillazioni orizzontali cui connettersi per affrancarsi dal giogo, dalle strettoie della mente imprigionata dal dualismo. Markus Stockhausen e Tara Bouman ci hanno invitato, in sostanza, ad uno sconfinamento il più dilatato possibile, ad avventurarci là dove la parola finalmente tace, si estingue, sparisce, e si spalanca l’ineffabile, avvolgente, splendore del silenzio. Ecco, la musica intuitiva corteggia il silenzio e lo rende, come accade nella respirazione pranayamica necessaria per intonare i mantra, sinesteticamente luminoso. Esemplare, a questo proposito, l’esecuzione di un brano per cembalo metallico tibetano percosso, con fluttuazione continua dal debole all’ossessivamente ritmato, all’interno di un tracciato evocativo (e sfumato) disegnato in vari angoli della sala dal clarinetto basso della Bouman. Con due semplici strumenti, centrati nella giusta direzione, si è prodotta una felice sintesi alchemica. Un po’ come essere catapultati in un baleno dalle mura di una sala a quelle dell’alambicco in cui, nelle indimenticabili sequenze de La Montagna sacra, Alexander Jodorowsky, ispirandosi, anche nelle sembianze, a Gurdijeff, intende procedere alla rigenerazione dell’iniziato.

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