Biografia

Sono nato a Terni il 4 novembre 1956.
Ho pubblicato libri di liriche (tra cui Le farfalle del Golgota, Ripostes, 1983; Visitazione della pietra, Ripostes, 1994; Indice di meraviglia, Ripostes, 1998; Partitura di fede e conoscenza, Ripostes, 2000; Il seme dell’accettazione, Ripostes, 2003; Ciò che ritorna quando s’affaccia l’alba, Premio Rhegium Julii, 2005, Nell’ora che svanisce tra le crepe, Mimesis, 2010; …poi s’infiammò di notte la parola, Mimesis, 2018), narrativa (Sulla soglia, la voce, Cappelli, 1987; Prova di luce, Ripostes, 1995; Il miele dell’officiante, Ripostes, 1997; Nei reami del falco, Ed. Il Torchio – La Bottega delle Meraviglie, 1998; Dal greto del fiume, Mimesis, 2017) e filosofia (Il dolce gomito, Cappelli, 1984; L’evidenza sensibile, Ellemme-Lucarini, 1991, Dalla schiuma del mondo, Mimesis, 2004, Dimenticare Cartesio, ecosofia per la compresenza, Mimesis, 2010, Al punto di arrivo comune. Per una critica della filosofia del mattatoio, Mimesis, 2012).
Ho scritto versi per l’opera Green Planet composta da Federico Bonetti Amendola e rappresentata a Spoleto il 13 luglio 1991 nella chiesa di San Niccolò durante la XXXIV edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto e per Dal gorgo delle nuvole, la luce, lavoro multimediale presentato a Terni l’8 maggio 2015.

A partire da me, oltre me stesso

Accanto ad ogni essere, ci mettiamo in un’azione progressiva,
e crediamo che quell’essere possa liberarsi e svolgersi a meglio e a più.
Non guardiamo al punto di partenza che può essere diverso tra noi e lui,
e pieno di limiti; ma al punto di arrivo comune ,
una realtà liberata che comprenda tutti

Aldo Capitini

Il mio amore per gli altri esseri senzienti è dovuto principalmente all’indole introversa che, sin da piccolo, mi ha condotto a pormi interrogativi esistenziali e a riflettere, in modo particolare, sulla realtà del dolore e della morte accentuando in me da un lato un senso d’interdipendenza basato sulla debolezza, sulla caducità, sulla finitezza, dall’altro una forte avversione nei confronti delle assurde, gratuite, violenze perpetrate dall’uomo nei confronti delle altre specie viventi, sia animali che vegetali.
Reco ancora bene impresso in me il lamento straziante che, puntualmente, ogni capodanno proveniva da una casa di contadini nella zona, allora periferica, dove agli inizi degli anni sessanta si trasferì la mia famiglia. Nonostante ci fosse una distanza di pochi metri, avvertivo una profonda lontananza tra il nostro condominio e quella casetta gialla con le tegole rossicce, circondata da una rete spinata e da piante, dove, secondo la crudele ritualità contadina, ogni inizio d’anno veniva ucciso un maialino. Quelle grida riempivano la strada, fendevano la nebbia invernale per giungere alle mie orecchie di bambino attaccato con il naso al vetro della finestra. Erano tremende, agghiaccianti.
Attraversato da un misto di rabbia e impotenza, mi chiedevo se mai potesse esserci una via d’uscita dal vicolo angusto dell’atrocità. Più tardi mi apparvero palesi i limiti e l’assurdità di qualsiasi prospettiva escatologica che escludesse i non umani.
La morte stessa mi si presentò in una luce completamente diversa, non terrificante, ma come un momento di un ciclo infinito di vite che ognuno di noi è chiamato ad esperire sotto forme e specie differenti fino alla comprensione piena della vacuità del tutto. In questa visione, uomo, altri animali, vegetali, pietre sono accomunati da un unico afflato, da un identico destino, dallo stesso bisogno di dare e ricevere amore. Siamo parte di un molteplice, variegato tutto che, di volta in volta, si annuncia come essere umano, cane, gatto, pesce, bue, cavallo, maiale, rondine, pipistrello, bruco, farfalla, ape, ragno, lombrico, lucertola, foglia, fiore, acqua, vento, fuoco e così via fino alla più minuscola e invisibile entità. Al di là dell’aspetto che assumiamo, siamo tutti, presenti e/o assenti, compresenti.
Agli inizi degli anni ottanta cominciai a recarmi con una certa assiduità nelle zone himalayane dell’India dove, inerpicati su rocciose montagne, i monasteri si lasciano avvolgere dalle nubi. Intanto nella mia vita era arrivato Shuba, con il suo splendido manto bianco e le zampette e la coda cinerine. Il suo miagolìo s’intrecciò ai miei sogni in un dialogare straordinario.
La svolta decisiva giunse, però, il decennio successivo. Per quella sottile magia che pervade l’esistenza ed è foriera d’eventi tutt’altro che casuali, fui rapito da uno sguardo in cui ravvisai il riflesso di ciò che mi ero sempre portato dentro. Incontrai Paola e sin dal primo istante capii che sarebbe diventata mia moglie. Lanciammo il nostro veliero. Oggi siamo una coppia vegana che ogni giorno impasta, per gli uccellini, pane con semi di girasole, sminuzza le arachidi, divide la casa con splendide code. Shuba, purtroppo, non c’è più e insieme a lui hanno lasciato il passaggio terreno Luce, Pepi, Mirtilla. Non ci sono più, nella forma materiale, neanche Tigre, Carollo, Rossano, Sventolone e i cani Derby, Pimpa e Chicco, il segugio che sfidava, con la sua corsa, il vento. Viviamo, invece, con Principessina, che come ombra discreta mi segue negli insonni saliscendi, la minuta Kitty, così aggraziata da sembrare di porcellana, Chicco, il certosino che, non appena si spegne la luce, salta nel letto per acciambellarsi sul cuscino, Teo, il rosso dal pelo fluente, Gedeone, l’ospite inatteso. Altri esseri ci attorniano, convivono, impartendoci lezioni. Da loro ho imparato che ogni antropologia, davanti alla ricchezza della vita animale, s’infrange, s’immiserisce, si ridicolizza. Su di noi portiamo la responsabilità di sguardi, voci, scalpitii che ci esortano a superare, nel segno della compresenza, l’assurdità di uno scarto ontologico. Partire da noi per andare, oltre noi stessi, al punto di arrivo comune di una realtà liberata .

Da Francesco Pullia, Al punto di arrivo comune. Per una critica della filosofia del mattatoio, Mimesis, 2012