Buon compleanno Dalai Lama!

Buon compleanno Dalai Lama!

Mentre nel Tibet, occupato dal 1950 dalla Repubblica popolare cinese e soggetto a brutale colonizzazione, coloro che hanno scelto di immolarsi con il fuoco, per richiamare l’attenzione mondiale sulle drammatiche condizioni del loro paese, sono arrivati, dal febbraio 2009, a ben 141 (24 dei quali giovanissimi, appena o neanche diciottenni), Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, Premio Nobel per la pace nel 1989, si appresta a compiere l’ottantesimo compleanno. Una ricorrenza certamente bella ma anche non priva di risvolti amari che deve indurci a riflettere, al di là dei festeggiamenti in corso già da qualche settimana soprattutto a Dharamsala, nella regione indiana dell’Himachal Pradesh, dove la guida spirituale tibetana vive in esilio dal 1959 e dove, unico politico europeo, è stato invitato Marco Pannella. E proprio Pannella, intervenendo nel corso di una cerimonia svoltasi il 21 giugno, ha ancora una volta incoraggiato il leader tibetano a continuare a perseguire la nonviolenza come unica via possibile e immaginabile per giungere ad una soluzione della drammatica vicenda tibetana.
Pannella, come si sa, da anni sostiene la linea per così dire autonomista prospettata dal Dalai Lama nei confronti della Cina, e cioè quella di una sorta di stato nello stato che consenta al Tibet di salvare il salvabile ottenendo il riconoscimento di una certa autonomia all’interno del colosso cinese. Quindi, per essere chiari, non un Tibet libero e indipendente, ma un paese confederato, dotato di completa autonomia ma sotto l’ombrello della Cina comunista. Si tratta di un’ipotesi avanzata già molto tempo fa dal Dalai Lama. In particolare a partire dal 21 settembre 1987 quando, davanti alla Commissione per i Diritti Umani del Congresso degli Stati Uniti d’America, espose un piano di pace in cinque punti comprendente, tra l’altro, la trasformazione dell’intero Tibet in una zona di ahimsa, nonviolenza, con il ritiro da parte cinese delle proprie truppe e delle proprie installazioni militari (ritiro che, sempre secondo la guida tibetana, avrebbe a sua volta condizionato l’India a fare altrettanto nelle limitrofe zone himalayane). Nel corso degli anni, è stata intal senso perorata una politica di dialogo con Pechino rivelatasi, però, finora, è bene dirlo senza infingimenti, fallimentare.
I 141 tibetani che, vinti dalla disperazione, hanno scelto di suicidarsi bruciandosi lo dimostrano tragicamente. Un numero, data la situazione in versa il Tibet, destinato ahinoi ad aumentare. Le splendide intenzioni del Gandhi tibetano hanno dovuto fare i conti con la tetragonia cinese. È noto quello che è accaduto in Tibet e fuori. Il Dalai Lama continua ad essere accusato dal governo di Pechino di essere a capo di una fantomatica “cricca separatista”. Puntualmente ogniqualvolta si rechi all’estero la Cina non esita a mostrare i muscoli usando il ricatto economico per inibire i vari governi dall’ospitarlo ufficialmente. In Tibet, poi, si è inasprito il processo di annientamento dei tibetani, ridotti ad appena sei milioni rispetto a quasi dieci milioni di immigrati cinesi: identità negata, abitudini e costumi stravolti, severo controllo delle nascite con il ricorso alla sterilizzazione e agli aborti forzati, deforestazione e depauperamento delle preziose risorse boschive e minerarie, trasformazione di vaste aree in depositi di scorie radioattive, urbanizzazione (e, quindi, impoverimento, oltre che snaturamento) dei numerosi gruppi nomadi abituati da sempre a vivere di pastorizia, immissione di colture intensive del tutto estranee alla vocazione del territorio, proibizione di una propria lingua, di una propria bandiera, di cantare i motivi tradizionali, di professare il buddhismo, semplicemente di avere un’immagine del Dalai Lama. Vessazioni, arresti, torture a non finire. Recentemente la polizia cinese ha sbattuto in galera Tamding Wangyal. Il reato? Essere marito di Sangye Tso, giovane tibetana, madre di due figli, che si è data fuoco lo scorso 27 maggio nella Contea di Chone, regione dell’Amdo. E che dire del caso di Gedhun Choekyi Nyima, scomparso “misteriosamente” vent’anni fa con tutta la sua famiglia non appena, guarda caso, era stato riconosciuto dal Dalai Lama come reincarnazione dell’XI Panchen Lama? Oggi, se, come vorremmo, ancora in vita, dovrebbe avere ventisei anni. Tre giorni dopo il suo riconoscimento, fu prelevato, insieme ai suoi, dalla polizia e fatto letteralmente sparire. In tutto questo tempo Pechino ha solo ammesso che “sono stati affidati al Partito Comunista per essere protetti dai tentativi di rapimento messi in atto dai seguaci del Dalai Lama e della sua cricca”. In compenso, come Panchen Lama è stato imposto un altro ragazzo cresciuto ed educato nella completa fedeltà alle direttive del regime. Potremmo andare avanti a lungo, molto a lungo, ma preferiamo fermarci qua. E, allora, nell’indirizzare al Dalai Lama, Oceano di saggezza, i nostri più affettuosi, sinceri, commossi, auguri, cerchiamo di cogliere quanta tristezza si celi dietro il suo contagioso sorriso, dietro il suo luminoso, penetrante sguardo. Ricordiamoci che tra le rughe di quel volto divenuto molto popolare in Occidente passa la storia di una terra sottoposta a martirio, teatro di un vero e proprio genocidio culturale (e non). Una terra che solo geograficamente potrà apparirci incredibilmente lontana, ai confini del mondo, e che, invece, con il suo accorato, straziante, grido di libertà, ci è straordinariamente vicina, ci chiama, attende risposte.

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