E se il veganesimo fosse una risposta all’autoritarismo?

E se il veganesimo fosse una risposta all’autoritarismo?

L’autoveicolo, con tanto di rimorchio, scorre con il suo carico di dolore. Mentre lo sorpasso, sono ancora una volta colpito, sconvolto da sagome stipate di esseri privati d’identità dalla dominatrice violenza antropocentrica, reificati, destinati alla soluzione finale come i deportati nel secolo scorso. Con il muso nervosamente sbattuto da una parte all’altra, tra le grate del mezzo, ansimano, lanciano messaggi che rimarranno elusi. Per loro, si sa, si apriranno i cancelli di lager chiamati mattatoi, luoghi occultati alla pubblica vista dove saranno impunemente recise vite per sfornare quei cadaveri che ogni giorno finiscono in pentole, piatti, bocche assetate di sangue, stomaci famelici. Accettiamo, per viltà o convenienza, di convivere con l’orrore, fingiamo di ignorarlo, lasciando che le urla di miliardi di altri esseri finiscano seviziati, sgozzati, sezionati. Sono oltre 170 miliardi, pesci inclusi, gli (altri) animali che ogni anno vengono assurdamente sacrificati a comportamenti indotti. Solo per restare al nostro paese, ogni anno in Italia ne viene sterminato un numero pari alla metà della popolazione mondiale.
Nella nostra umana codardia, non vogliamo sentirci complici, né tanto meno essere turbati da brandelli di carne penzolanti da ganci o dalle immagini di aragoste o granchi le cui chele sono avvolte da nastri adesivi in blocchi di ghiaccio sui banconi delle pescherie. E che dire della sorte di vongole, cozze, ostriche, di lumache a cui in estate s’intitolano ipocrite sagre? Operiamo una sorta di rimozione. Viviamo come se il sistema concentrazionario non esistesse. Teniamo il più lontano possibile da noi, dalle nostre case, i luoghi di reclusione, sventramento, eccidio. Li vogliamo privi di trasparenza, negati all’evidenza. Se fossero vitrei, si incrinerebbe rapidamente quel sistema di sfruttamento e mercificazione che, poi, si ripercuote nel vigente modello sociale classista, razzista, sessista. “Mangiare carne”, ha scritto Margherite Yourcenar, “è digerire le agonie di altri esseri viventi”.
Lancio ancora uno sguardo a quell’autoarticolato. C’è un agitarsi di musi. Li incrocio. Annusano l’aria e, insieme, l’approssimarsi della morte. Colmo del loro strazio, vorrei affiancare il mezzo, costringerlo all’arresto, divellere le sbarre, restituire a quel groviglio di zampe e code quel senso di animalità che sento mio e che sta alla base della variegata molteplicità della vita. Ci professiamo a parole democratici, ma poi continuiamo a tollerare il nazismo quotidiano che ci condiziona dal linguaggio alle abitudini alimentari, che si ripresenta puntualmente ogniqualvolta apostrofiamo qualcuno con riferimenti a quegli (altri) animali di cui abbiamo fatto scempio o consentiamo, come se fosse scontato, che in tavola ci siano una bistecca, una braciola, un cosciotto, un filetto di tonno, un guazzetto di cozze, una fettina di formaggio o mozzarella, una frittata o, ancora, sorseggiamo un bicchiere di “buon” latte di mucca o indossiamo un capo in pelle.
Conviviamo con Auschwitz, Buchenwald, Dachau, con la barbarie di cui, nei secoli, si sono ammantate la metafisica e la teologia contenute nello scroto dell’umanesimo. Bruno, Nietzsche, Artaud l’hanno intuito e scontato sulla propria pelle. La mordacchia e le fiamme, il bacio e l’abbraccio dispensati a Torino, in un bagno di lacrime, all’equino maltrattato dal cocchiere, la preghiera al tempo stesso alta e grave filtrata dalle roche bestemmie di Rodez. C’è una presunta “normalità” che gronda sangue e ci risulta inaccettabile. Parafrasando un noto aforisma erroneamente attribuito ad Adorno, ma ugualmente valido, Auschwitz inizia ogni volta che passando da un bancone di un supermercato, dalla vetrina di una pellicceria o ci sediamo per mangiare facciamo le spallucce e diciamo che si tratta “solo di animali”, dimenticando, tra l’altro, che anche noi lo siamo, nonostante indegnamente ci riteniamo superiori alle altre specie. Ed è chiaro che se si dà per scontata l’esistenza di un mattatoio, non ci si può, poi, stupire o indignare degli stermini di massa che hanno infangato il secolo trascorso.
Non è un caso se Aldo Capitini sottolineò di avere smesso di mangiare animali come testimonianza attiva e concreta di antifascismo, mosso dalla convinzione che rifiutare l’uccisione di esseri di altre specie equivaleva ad esprimere la propria avversione all’arbitrio militarista, alla retorica bellicista. C’è un sistema di soprusi accettato, tramandato, codificato. Un sistema di cui il diritto, come ha constatato Derrida, è componente essenziale. La specie umana se n’è arrogantemente accaparrata la potestà per esercitare, rafforzare, estendere il proprio dominio sugli altri, per meglio legittimare l’olocausto, il massacro delle altre specie. Horkheimer ha descritto la nostra società come un grattacielo la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto una cattedrale. In cima stanno i «grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici» e alla base i poveri, i vecchi, i malati.
«Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra andrebbe rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali».
La sociologa e psicologa Melanie Joy ha definito carnismo l’ideologia secondo cui la carne sarebbe alimento essenziale e ineliminabile. Il carnismo, in realtà, non è altro che una variante dello specismo, della concezione cioè che legittima l'(auto)conferimento da parte dell’uomo del proprio violento esercizio nei confronti degli altri abitanti del pianeta. Gli esiti devastanti e criminogeni di una simile visione sono sotto gli occhi di tutti. Per non parlare di cosa si cela dietro la produzione di latte, di uova o della cosiddetta “carne felice”, cioè degli allevamenti in cui l’animale sarebbe nutrito “all’aperto”, “in modo naturale”, con mangimi privi di antibiotici, estrogeni e altri additivi, per andare “felicemente” incontro alla stessa fine, allo stesso macello, degli altri suoi simili allevati negli stabilimenti dei grandi gruppi industriali alimentari. Un’operazione di imbellettatura il cui scopo è alleviare le cattive coscienze dei consumatori. Un allevamento o un mattatoio “ottimali” sono un controsenso, non possono esistere. E’ come se esistessero campi di concentramento in cui gli internati vengono trattati “umanamente” per essere meglio inceneriti. Come Ceronetti ha constatato, “anche solo la vista di vagoni carichi di creature sofferenti dovrebbe lasciare qualche traccia. Chi sa questo e guarda anche solo per una volta gli occhi di un vitello dietro le sbarre, si sentirà – specie se ne è corresponsabile attraverso le sue abitudini alimentari – consciamente o inconsciamente colpevole, offeso nella sua umanità. Alla lunga, però, un comportamento che intuisce l’ingiustizia ma non fa nulla contro di essa rende malati e questa indifferenza nei confronti delle creature a noi affidate e della loro sofferenza è forse una malattia peggiore del morbo della mucca pazza, perché più diffusa”. Spesso e volentieri, ci si appiglia a costruzioni mentali pretestuosamente strumentali pur di non scalfire credenze che, se si sgretolassero, metterebbero in crisi le basi di un sistema al tempo stesso ideologico ed economico. Il rapporto con gli animali non umani rimanda ad un insieme di ordini sedimentato, stratificatosi nel corso del tempo. Un insieme fondato sullo sfruttamento, sulla violenza, sull’assoggettamento e annientamento dell’altro. Siamo soliti, ad esempio, interrogarci su “cosa” mangiamo, mentre dovremmo chiederci “chi”, quale essere, è finito nel piatto.
Ho ancora bene impresso in me il lamento straziante che ogni capodanno puntualmente proveniva da una casa di contadini nel quartiere, allora periferico, dove, agli inizi degli anni sessanta, s’era trasferita la mia famiglia. C’era una casetta gialla con le tegole rossicce, circondata da una rete spinata e da piante. Lì, secondo la crudele ritualità contadina, ogni inizio d’anno veniva consumata l’uccisione di un malcapitato suino. Le sue lancinanti richieste d’aiuto riempivano la strada, fendevano la nebbia invernale per giungere alle mie orecchie di bambino attaccato con il naso al vetro della finestra. Fu allora che dentro di me sorse un forte senso di coappartenenza, di vincolo solidale con le vittime di una delle peggiori forme di sopruso attuata sulla Terra. Questo senso crebbe e si maturò, con lo scorrere del tempo, corroborandosi di letture, studi, meditazioni, conoscenze, fino ad esprimersi, non appena ne ebbi la possibilità, nella scelta vegana, cioè nella volontà di non ricorrere per la mia nutrizione ad alcun alimento proveniente dalla sofferenza animale. Non avremo speranza finché, come suggerisce Canetti, non ci sdraieremo per terra, alla stregua degli altri animali, per vedere le stelle, finché non ci sentiremo avvinti agli altri esseri dallo stesso dolore, dalla medesima debolezza, dall’uguale nostalgia, finché non ci immedesimeremo nell’obliata sofferenza dei nostri fratelli, delle nostre sorelle con cui condividiamo il limite, l’attesa di morte. Senza condivisione, senza compassione, senza consapevolezza di compresenza qualsiasi filosofia si annuncia come perdita e massacro. Dobbiamo trasumanare, abbattere le recinzioni, fermare la mano di boia e carnefici, riconnetterci al nostro prossimo, al nostro vicino dotato di ali, coda, squame, pinne, che striscia, s’acquatta veloce in un buco, tesse la tela, si posa sulle corolle, si perde nel cielo o nelle profondità marine. Non abbiamo altra scelta che ricominciare da un atto d’amore, aprirci empaticamente, per ricorrere alla terminologia di Aldo Capitini, ad un colloquio corale, alla piena affermazione della compresenza.
Quella vegana è una scelta che non ha assolutamente nulla da spartire con considerazioni salutistiche (che ricadrebbero ovviamente nell’antropocentrismo), ma di vita. Scaturisce dalla decisione di relazionarsi in modo nonviolento con quanto ci circonda e dalla consapevole assunzione del nesso d’interdipendenza che vige in ogni aspetto della natura. Certo, non è affatto una decisione “indolore” né può esserlo perché contesta, squaderna una conduzione dell’esistenza abitudinaria, conformista, retorica, protrattasi da secoli, colpendo, nello stesso tempo, l’assolutismo dottrinale, il totalitarismo su cui si reggono le istituzioni centrali della nostra società: famiglia, chiesa, scuola, cioè l’apparato su cui si fonda e attua il sistema del sorvegliare e punire sviscerato da Foucault.
Lo sa molto bene Rodrigo Codermatz che in Veganesimo e famiglia (15 €; per richiederlo rivolgersi a www.lulu.com oppure inviare un’email a veganesimo_e_famiglia@virgilio.it) fornisce del veganesimo un’originale chiave di lettura interpersonale. Partendo dalla propria esperienza, dal cammino intrapreso insieme alla moglie, e ricollegandosi all’antiautoritarismo di Ronald Laing, David Cooper, Aaron Esterson, nonché a Theodor Adorno, Herbert Marcuse, Jacques Derrida, l’autore sferra una critica radicale da un lato agli stili comportamentali che ci vengono inculcati sin dall’infanzia, dall’altro all’adeguamento opportunistico (risultare graditi, con conseguenti compensazioni, all’autorità con cui di volta in volta abbiamo a che fare) da parte dell’individuo alle convenzioni. Essere di fatto vegani (non solo, quindi, proclamarsi tali) equivale a rompere la violenza seriale, reiterata, che caratterizza il modello sociale usuale creando una sorta di benefico cortocircuito. La philopsichia (il bearsi adulatorio nel solco del conformismo) sottesa alla comunella dei malvagi (gli abulici tradizionalisti) contro cui si scagliò Carlo Michelstaedter nel suo capolavoro del 1910 (ma sempre attualissimo) La persuasione e la retorica, è presa di mira in modo efficace anche da Codermatz che mostra il legame tra istituzioni totali e costumi alimentari all’interno dell’ingranaggio produttivo-consumistico.
Il vegano desta scandalo, prima all’interno del proprio nucleo familiare, poi nella società, perché si pone in alternativa ad un sistema ritenuto immodificabile, a quel sistema che, in una concatenazione di sfruttamento, si regge sulle aberrazioni degli allevamenti intensivi, dei mattatoi, dei laboratori in cui, in nome della pseudoricerca scientifica, si compiono efferatezze ai danni di altre specie animali. Occorre attuare una cesura netta con lo specismo e la violenta necrofilia che lo innerva. Lo si può fare con quell’assunzione di responsabilità propria di una netta presa di distanza dall’ottusità delirante per cui “è sempre stato così e continuerà ad esserlo”. C’è bisogno di un atto non tanto rivoluzionario quanto soprattutto evoluzionario dal momento che, come lascia intendere Codermatz, le vere, grandi, rivoluzioni non possono che partire dal nostro interno e da lì allargarsi, da un’evoluzione del nostro modo di pensare e agire.

dal quotidiano Il Garantista, domenica 20 settembre 2015

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