Gli ottant’anni di Arvo Pärt, il mistico perseguitato

Gli ottant’anni di Arvo Pärt, il mistico perseguitato

La sua musica “descrive percorsi a grandi arcate. Sono grandi curve che sembrano terminare nell’invisibile e nell’impercettibile”. Non ci sono parole migliori di queste, scritte da Armin Brunner nel libro, curato da Enzo Restagno, Arvo Pärt allo specchio. Conversazioni, saggi e testimonianze (il Saggiatore, 2006), per evocare quanto riescono a trasmettere i lavori di Arvo Pärt il musicista estone, giustamente universalmente considerato tra i maggiori autori contemporanei, giunto oggi al traguardo degli ottant’anni. Nato a Paide nel 1935, cresciuto a Rakvere (a metà strada tra Tallin, capitale dell’Estonia, e San Pietroburgo), Pärt ha scontato la durezza degli anni della dittatura comunista fino ad essere costretto all’esilio nel 1980 prima in Austria, poi in Germania. La profonda intonazione religiosa della sua ricerca non poteva non destare sospetti nella polizia e risultare poco gradita al regime. Nell’Unione sovietica di allora, dominata dalla delazione e da una totale incomprensione per l’evoluzione artistica, ogni esperienza che si fosse discostata dall’estetica realista socialista era, infatti, accolta con diffidenza e repressa. Così i funzionari di partito gli fecero capire, senza mezzi termini, che sarebbe stato meglio se, con la sua famiglia, se ne fosse andato via. Già nel 1960 il suo primo pezzo orchestrale, Nekrolog, accolto con vivo successo dal pubblico a Mosca, Leningrado, Zagabria, gli aveva procurato seri problemi. Essendo dichiaratamente di matrice dodecafonica e, quindi, “influenzato” dallo stile “borghese”occidentale, fu attaccato dalla critica. Nel 1963 fu la volta di Perpetuum mobile dedicato a Luigi Nono, un altro compositore poco gradito al regime moscovita in quanto d’avanguardia (“era visto”, ricorda Pärt, “come un anticomunista” e le sue visite in Urss considerate “pericolose”, a tal punto che le persone incontrate venivano puntualmente sottoposte ad interrogatori dagli agenti del Kgb), seguito, l’anno successivo, da Collage über B-A-C-H per archi, oboe, cembalo, pianoforte, Solfeggio (per coro a cappella), e, nel 1966, da Pro et contra. Al 1968 risale Credo per pianoforte, coro e orchestra, ispirato all’insegnamento cristiano del non esse resistendum injuriae. Eseguito a Tallin, fu accolto tanto calorosamente dal pubblico da costringere l’orchestra a suonarlo nuovamente per intero nella stessa serata. Ciò portò la commissione governativa preposta alla valutazione delle opere a supporre che nel lavoro si celasse qualche principio sovversivo.
“Pochi giorni dopo”, ha ricordato Pärt, “andammo a Mosca per un congresso con una delegazione composta da una cinquantina di persone. C’era anche il presidente della commissione cultura e nessuno si degnò di rivolgermi la parola perché lo “scandalo” era ancora ben vivo. A un tratto però il capo della delegazione, che aveva alzato un po’ il gomito, mi fermò nel corridoio del treno e, alludendo al testo latino del Credo,mi fece capire che il Kgb era già sulle mie tracce. Dopo quell’episodio fui interrogato più volte e gli inquirenti tornavano spesso sulla stessa domanda: «Quali fini persegue con questo lavoro?». E aggiunsero:«Si ricordi che quest’opera non dovrà mai più essere eseguita». Seguirono intimidazioni e provocazioni. Ripensandoci ho l’impressione che allora non ci rendessimo conto della nostra effettiva situazione”.
Pärt, intanto, sentiva di essere arrivato a un punto di non ritorno con la dodecafonia e avvertiva l’esigenza di una svolta radicale. Osservò, quindi, un lungo periodo di silenzio durante il quale si dedicò all’approfondimento del canto gregoriano e all’analisi dei salmi: “volevo soltanto una linea musicale che fosse portatrice di un’anima, come quella esistenti nei canti di epoche lontane, com’è ancora oggi nel folclore: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine. (…) Avevo a disposizione soltanto un libro di canti gregoriani, un Liber usualis proveniente da una piccola chiesa di Tallin e mi sono messo a cantare e a suonare quelle melodie con lo stesso spirito con cui ci si sottopone a una trasfusione di sangue. (…) In quella musica le note che si susseguono formano realmente un discorso, porgono informazioni concrete, qualcosa di simile al canto degli uccelli: noi non lo comprendiamo ma loro si capiscono. Quella musica monodica ha un preciso contenuto informativo; nasce, come le cattedrali, su un terreno che contiene le rovine di un tempio preesistente, un tempio pagano che a sua volta, probabilmente, è stato costruito su quel terreno per ragioni precise. Questa catena di forme, di templi e di canti che si elevano gli uni sulle rovine degli altri, è più forte di quanto di quanto noi possiamo immaginare”. L’autore si mise, dunque, alla ricerca di modalità espressiva che potesse adeguatamente rispondere alle esigenze di una sorgente interiore. Finì per trovarla nei tintinnabuli che, da allora in avanti, caratterizzeranno la sua produzione. Di che si tratta? Di una tecnica che, basandosi su una triade, sortisce, tramite la successione e la giustapposizione di linee melodiche da cui si fanno derivare le più svariate forme armoniche, gli stessi effetti delle oscillazioni di campanelli. Sembra si sia concretizzata in un’assolata mattina del febbraio 1976, quando, sedutosi al pianoforte, Pärt compose Für Alina. Nei tintinnabuli ci sono due voci dominanti: la principale, o “voce tintinnabulare”, canta o esegue un arpeggio o la triade tonica, la seconda compie un movimento diatonico e progressivo. “La tintinnabulatio”, sostiene Pärt, “è uno spazio entro il quale mi muovo talvolta quando sono alla ricerca di risposte – per la mia vita, la mia musica, il mio lavoro. Nelle mie ore buie, ho la netta sensazione che tutto ciò che si trova al di fuori di quest’unica cosa sia privo di significato. Ciò che è complesso e sfaccettato mi confonde, così che devo mettermi a cercare l’unitario. Che cos’è questo unitario? E come io trovo la mia strada verso esso? Tracce di questa cosa perfetta si mostrano in molti modi – e quello che è irrilevante va via. La tintinnabulatio è qualcosa di simile. Qui mi trovo da solo con il silenzio. Ho scoperto che una sola nota, suonata con la massima cura, può essere sufficiente. Quest’unica nota, una pulsazione silente, ovvero un istante di silenzio mi danno conforto. Lavoro con ben pochi elementi: una voce, due voci. Costruisco con i materiali più primitivi: con la triade o con una tonalità specifica. Le tre note della triade sono come campane”. Alla seconda metà degli anni Settanta risalgono i lavori più importanti, pietre miliari nella storia della musica, come Trivium, Cantus in memory of Benjamin Britten, Fratres, Britten, Cantate Domino canticum novum, Sarah was nonety years old, Missa sillabica. Composizioni che, grazie anche alla sensibilità di Manfred Eicher, creatore della casa discografica ECM, e alla raffinatezza di interpreti come Paul Hillier e l’Hilliard ensemble, hanno fatto sì che Pärt diventasse meritatamente un punto di riferimento, un autore amato e seguito in ogni parte del mondo.
Opere come Fratres, Passio (incentrata sul vangelo di Giovanni), Stabat Mater, Miserere, Litany, Psalom, Kanon pokajanen segnano un ponte tra Oriente e Occidentale nel segno di una vibrante spiritualità che si erge come baluardo interiore alle drammatiche tensioni della nostra epoca. Nel corso di un colloquio con Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose e suo grande amico, Pärt ha affermato che la sua “musica è fatta per essere ascoltata al mattino presto, quando le cose escono dal buio, dal silenzio…”.
Cosa possa suggerire a noi e al travagliato mondo in cui viviamo un autore così particolare lasciamolo dire a lui stesso: “La compassione, la misericordia, il non giudizio assoluto…Dobbiamo comprenderci, senza giudicarci. Solo più tardi apparirà chiaro, nella luce di Dio, se quanto abbiamo fatto è stato giusto o ingiusto…”. Chi è, dunque, Arvo Pärt, quest’uomo dall’aspetto così mite e, con la sua lunga barba, ascetico? Un mistico, un visionario, un compositore che nell’elaborazione della tecnica tintinnabulare si è affidato agli algoritmi, un esule (ma ognuno di noi, in fondo, lo è) affetto da nostalgia per un’origine che tanto più pare palesarsi tanto più si nasconde? Sicuramente è tutto questo anche se più semplicemente (o riccamente) può definirsi un uomo in costante, umile, preghiera, consapevole che il seme della misericordia può germogliare e crescere “solo se c’è luce sufficiente”. Di questa luce abbiamo bisogno. Di questa luce i tintinnabuli sono sofferta, altissima, espressione.

Dal quotidiano Il Garantista di venerdì 11 settembre 2015

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