Pasqua, di resurrezione per tutti, non solo per l’uomo

Pasqua, di resurrezione per tutti, non solo per l’uomo

Al di là del fatto se si sia o no cristiani, è indubbio che la Pasqua costituisce un evento che, nella sua radicalità, ci interpella mettendoci profondamente in discussione. Ci indica un passaggio dall’abissale svuotamento dell’essere alla resurrezione, un percorso di luce, d’intensa, sfolgorante luce. Ma questa luce, ci chiediamo, è solo per l’uomo oppure s’irradia ovunque estendendosi nel suo afflato liberatorio ad ogni manifestazione naturale? E perché mai l’uomo, che ha inflitto e continua a infliggere a Cristo le più atroci ferite, dovrebbe arbitrariamente dominare le altre specie del pianeta? L’uomo non è la misura di tutte le cose, ma un anello di una vasta catena. Niente e nessuno nella Terra è autosussistente e meno che mai l’uomo. Che c’entrano queste considerazioni con l’avvento pasquale? C’entrano perché è maggiormente in questo periodo che, contrariamente a quanto la Pasqua dovrebbe insegnarci, assistiamo al trionfo delle tenebre. Un tripudio d’orrore. Passiamo dalle vetrine di una macelleria, di una pescheria, dal reparto alimentare di un qualsiasi supermercato e siamo sbeffeggiati, irrisi e derisi dalla morte. Nei corpi scuoiati, sanguinanti di una miriade di agnellini, di capretti (e, potremmo aggiungere, di vitellini, maialini, polli, pesci e chi più ne ha, ne metta in un’ecatombe d’immane portata), penzolanti da ganci d’acciaio, con le cavità oculari riempite d’assenza, si palesa l’eclatante sconfitta di una salvezza, si afferma la nostra dannazione. Un biblista e fine teologo come Paolo De Benedetti, di cui recentemente è stato pubblicato dalle edizioni Sonda un bellissimo colloquio con Maurizio Scordino (“In Paradiso ad attenderci”), nell’esprimere, sulla base di un’attenta lettura delle Scritture, il convincimento che la resurrezione riguardi anche gli animali non umani e non, quindi, solo l’uomo, ha profetizzato che non tarderà molto il giorno in cui dovremo rendere scusa a Dio delle nequizie commesse sulle altre specie. Una mancata resurrezione di ogni forma vivente costituirebbe, tra l’altro, il paradosso di uno scacco per Dio da parte della morte. Intanto, cadaveri scarnificati tormentano il nostro presente, ci inseguono come ombre da cui non possiamo distaccarci, ci chiedono ragione di tanta efferatezza, una ragione che non possiamo dare perché non c’è. Neanche Cartesio, alla cui folle e devastante arroganza antropocentrica va imputata la legittimazione di un’innaturale cesura tra l’uomo e gli altri animali, ritenendo questi ultimi nient’altro che semplici macchine, messo con le spalle al muro potrebbe motivare la crudeltà, la viltà, l’ignominia di cui l’uomo continua a macchiarsi. Viviamo nell’ipocrisia del nascondimento, cercando di edulcorare i crimini, tacitarli, minimizzarli, mimetizzarli. Rendiamo antropomorfi i non umani per meglio blandire la nostra sporca coscienza. Li priviamo della naturalità, del loro tratto distintivo, ne annulliamo, come fecero i nazisti con gli ebrei, l’identità. Non funzionava così il sistema hitleriano? L’agnellino saltella in tv, la mucchina strizza l’occhio ai bambini con il grembiule della tata. E, poi, c’è Peppa Pig che piace tanto ai più piccini. Peccato non si dica loro che, nella realtà, quel simpatico maialino viene allevato in veri e propri lager chiamati allevamenti intensivi, marchiato, ucciso, squartato per finire in qualche ventre vorace. Peccato che a quei piccini venga negato di sapere quel che accade in un mattatoio, che li si educhi all’indifferenza al transito di animali stipati in camion dalle cui grate fuoriescono solo code e qualche muso che annusa l’ultima aria prima della soluzione finale. Ma l’indifferenza da sempre è la migliore alleata della complicità. Accadde sotto il nazismo, si ripete oggi. Non c’è, in particolare, ricorrenza religiosa che non si risolva in massacro. Eppure la Chiesa, che in questo ha gravissime, secolari, responsabilità non avendo mai messo in discussione la presunta incondizionata supremazia dell’uomo sul creato, sia pur timidamente e con esasperante lentezza, sta mutando orientamento. Dietro la spinta di un numero in costante aumento di cattolici sensibili ad una consapevolezza ecosofica, la “questione animale” (che è anche “questione umana”) sta ponendosi all’attenzione della teologia. È giunto il momento in cui non possono più restare inascoltati il messaggio e l’esempio di Francesco d’Assisi, Martino de Porres, Filippo Neri, Serafino di Sarov, Sergio, il santo che spartì la sua vita nella foresta insieme ad un orso. Oggi non è più isolata la voce di religiosi come mons. Mario Canciani che, in una delle sue toccanti omelie a San Giovanni dei Fiorentini, si è chiesto se e perché gli uomini siano tanto sordi da non udire le urla strazianti degli altri animali. Un autore di altissima spiritualità come Enzo Bianchi non ha mancato di sottolineare la “co-creaturalità” tra uomini e altri animali, “tutti creati dalla terra, tutti destinati a vivere insieme (cfr. Gen 2,7.19), a dividere lo stesso spazio terrestre e a morire insieme dopo una vita piena di relazioni”. All’uomo e agli altri animali, sostiene il priore della Comunità di Bose, spetterà la medesima sorte. E se Andrew Linzey, perorando il vegetarianesimo come ideale biblico, ha elaborato una “teologia animale” ed Eugen Drewermann, sacerdote e filosofo, si è soffermato sull’immortalità degli animali (“È solo per poi ritornare che tutto ciò che esiste deve trapassare in quel baluginio di luce la cui forma è lo spirito”), da tempo l’austriaco padre Tomasz Jaeschke, anche con frequenti digiuni e varie iniziative tra cui la benedizione in piazza san Pietro degli animali, auspica un significativo cambiamento di rotta da parte della Chiesa. L’arrivo al soglio pontificio di un pontefice che, per il proprio apostolato, si è appellato a Francesco dovrebbe lasciare ben sperare. In attesa che si pronunzi, cominciamo da subito, dalle nostre tavole, a mandare un segnale di pace, amore, riconciliazione. Non diamola vinta alla morte, non rassegniamoci alla cecità. Facciamo sì che questa Pasqua non grondi di sangue ed evochi davvero resurrezione per tutti, non soltanto per l’uomo.

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