Poesie di Francesco Pullia

Poesie di Francesco Pullia

(a Shuba)

Riposano gli affetti
sul ventre tuo di gatto
ed ha parola il manto accarezzato
nell’ora del risveglio e del tramonto
quando la terra e il cielo un nome danno
a questo intenso, tenero, racconto.
Da “Il seme dell’accettazione”, Ripostes, Salerno, 2003

Ricordo quassù, vestito di sorriso,
il padre che dal sogno si ridesta
e indica la valle, il suo finire.
Là, dove nascita è il confine,
ti cerco e ti ritrovo
speranza d’ignoto verbo,
del dio che dal patire muove
amore e compassione per l’assenza.
Voi, che vivi siete nelle parole date,
mi generate ancora al limite del dire
ed è poesia, si posa come soffio
sul caduco.
Da “Ciò che ritorna quando s’affaccia l’alba”, Rhegium Julii, Reggio Calabria, 2005

Mi alitate accanto, come ogni sera,
tu con lunga coda grigia
e lei tigrata,
voi, gli assenti a quattro zampe,
sepolti sotto rosa e melograno,
che ricomposta terra
e aria e acqua siete
e della pietra il segno
che senza sosta vaga
nel pensiero.
Da “Ciò che ritorna quando s’affaccia l’alba”, Rhegium Julii, Reggio Calabria, 2005

(a Paola)

Di tenerezza quell’improvviso moto
ho conosciuto
sul viso tuo bagnato,
l’immagine
schiacciata contro il vetro,
quel miagolio dal freddo affievolito.
Pioveva fuori e dentro i nostri nidi
sino a marcire travi nel cortile
e inumidire ancora alle radici
le sagome convesse
delle viole.
Da “Ciò che ritorna quando s’affaccia l’alba”, Rhegium Julii, Reggio Calabria, 2005

Nel mesto ripiegarsi tra le spine
sfiorisce questa festa
già arsa da calura,
già vinta da silenzi
penosi quanto il detto
che graffia e che ferisce.
A te ora mi prostro, anima andata,
padre che mi sorreggi assente,
chiedendoti perdono di trattenuto amore.
Mi affaccio, a poco a poco, alla tua età
nell’unico rintocco del passaggio
che segna, inesorabile, nel volto.
Sono qui, ad altro luogo offerto,
nella preghiera, che è più d’invocazione,
al dio della mancanza che, solo,
dalla notte mi guarisce.
Da “Nell’ora che svanisce tra le crepe”, Mimesis, Milano, 2010

(davanti ad un insetto morente)

Abbandonarlo, no, all’agonia
non posso
mentre s’appressa, adesso, il suo finire
e s’agita, si gira, si rotola appartato
come se orientamento
si fosse in lui smarrito.
Si flette, si contorce,
s’appella all’innocenza,
minuscolo, appiattito,
domanda a un dio, avvilito,
perché lo stremo duri,
indifferente l’uomo ad altra specie,
sopraggiungendo il buio
da una pietà trafitta.
Da “Nell’ora che svanisce tra le crepe”, Mimesis, Milano, 2010

(a mia madre, all’uscita dall’Istituto dei tumori)
In quel rossetto, apparso tra le rughe,
trovai presagio d’antico mio timore,
quando, stordito, il declinare accolsi
come colloquio tra isole infelici.
E tu mi eri presente, timidamente
ostaggio del tuo male, dal sangue
sollevata verso un garrire
che attraversava, allora, i caseggiati.
Nell’urna del passato c’era la schiuma
ed io mi aprivo a quei colori andati,
a quell’insana brama di crescere e
scrutare.
Fu la stanchezza a vincermi, chinato,
quando le piaghe avvolsero
il mio cielo e l’ansia e, ancora,
la mestizia invano si colmarono
di un bacio
narrando, come figlio, un solitario
luogo.
Da “Nell’ora che svanisce tra le crepe”, Mimesis, Milano, 2010

(a Paola)

Dovremo tutti quanti a verità passare
e rispecchiarci in fondo ad un migrare
quando saremo assenza
e laceranti lacrime di vita.
Il dramma, mi dicevi, è che saremo soli
nel travaglio, lasciando indietro amore
e un cono d’ombra.
Colloquio con la morte, sai,
con l’innocenza,
e niente mi appassiona più
del suo levare in alto
incenerite spoglie
sino a rendere al cielo
esili fili
e ricreare ciò ch’era spezzato.
Io sono invaso qui, mia anima gemella,
dal risalire indietro alle stagioni
sino a blandire un requiem,
un mormorio.
Da “Nell’ora che svanisce tra le crepe”, Mimesis, Mimesis, 2010

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