Tibet, per non dimenticare

Tibet, per non dimenticare

Ancora una immolazione in Tibet, la 127ma dal 2009. Secondo quanto riferisce il sito Phayoul, giovedì 13 febbraio si è dato fuoco, inneggiando slogan contro l’oppressione cinese, Lobsang Dorje, 25 anni, ex monaco del monastero di Kirti nella regione di Ngaba (Aba per i cinesi).
L’Europa resta muta a guardare. E se, come nel caso della Spagna, tenta di far sentire la propria voce, di avere un sussulto di dignità, Pechino interviene subito, esercitando il suo potere economico in modo ricattatorio. Il Partito Popolare spagnolo ha, infatti, votato in solitaria una riforma della giustizia universale causando di fatto l’annullamento di decine di cause aperte, a partire da quella sfociata in un mandato di cattura internazionale contro l’ex-presidente cinese Jiang Zemin giudicato colpevole dalla magistratura spagnola di crimini contro l’umanità e genocidio in Tibet. Il verdetto contro Zemin, capo dello Stato tra il 1993 e il 2003, aveva innescato una durissima reazione diplomatica di Pechino, poche ore prima che il Partito popolare votasse in blocco la riforma che limita al territorio nazionale la giurisdizione spagnola in casi del genere. La controversa riforma limita i poteri dell’Audiencia Nacional, massima istanza giuridica spagnola e tribunale unico nel suo genere in Europa, restringendo l’applicabilità di una norma entrata in vigore nel 1985.
In prossimità del 55° anniversario dell’insurrezione di Lhasa (10 marzo 1959), intanto, anche in Italia fervono i preparativi da parte degli esuli tibetani e delle associazioni che si battono per il popolo tibetano per l’organizzazione di una grande manifestazione che ricordi a tutti la tragedia in corso sul “Tetto del Mondo”. A Roma l’appuntamento è per domenica 9 marzo, in piazza Farnese, alle ore 15. Ma cosa accadde il 10 marzo del 1959 a Lhasa?
Il 10 marzo di 55 anni fa gli abitanti della capitale del Tibet scesero in piazza. I tibetani si ribellarono apertamente alle gravi conseguenze dell’invasione del 1950 da parte della Cina comunista. La rivolta finì nel sangue. La repressione compiuta dall’esercito cinese fu durissima e segnò una tragica svolta. Il cosiddetto “’Esercito di Liberazione Popolare” stroncò l’insurrezione con estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno, nel solo Tibet centrale, più di 87.000 civili. Il Dalai Lama fu costretto a seguire la via dell’esilio in India dove, dopo un viaggio spossante tra gli insidiosi valichi innevati, ricevette ospitalità. In India diede successivamente vita ad un governo democratico, con sede a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh, nel Nord dell’India, con lo scopo di sostenere la lotta dei tibetani e la sopravvivenza al genocidio perpetrato da Pechino. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta. A causa della politica di sterilizzazioni e aborti forzati imposta dalla Cina, i tibetani si trovano, nella propria terra, ad essere ridotti a malapena a sei milioni rispetto a dieci milioni di occupanti cinesi. A chi è tibetano è impedito avere in Tibet una propria cultura, una propria lingua, una propria bandiera, una propria religione, a meno che non voglia andare incontro a lunghe e penose detenzioni, a torture e vessazioni d’ogni tipo. Lhasa, anche dal punto di vista urbanistico, è stata stravolta. L’intero Tibet è sottoposto a cinesizzazione, allo sradicamento di un patrimonio culturale straordinario, al depauperamento delle risorse naturali, di un’inestimabile ricchezza anche in termini di biodiversità. Alcuni dei seimilacinquecento monasteri distrutti sul finire degli anni Sessanta dalla furia delle guardie rosse, nel periodo in cui impazzava il farneticante dettato maoista, sono stati ricostruiti, ma solo con lo scopo di utilizzare i monaci come specchietto per allodole per occidentali ingenui e sprovveduti. Pechino non esita, in realtà, a intromissioni e controlli. Si pensi soltanto alla scomparsa nel 1995, del piccolo Gedhun Choekyi Nyima, riconosciuto dal Dalai Lama come reincarnazione dell’undicesimo Panchen Lama, e alla sua sostituzione con un altro bambino, figlio, guarda caso, di funzionari comunisti oppure alla recente campagna di discredito ordita nei confronti di un’altra figura importante nel buddhismo tibetano come il Karmapa, anch’egli esule, dopo una fuga rocambolesca, in India.
Il governo di Pechino continua arrogantemente a sostenere che la vicenda tibetana è una questione interna. Ma è davvero così? Per vedere meglio come stanno le cose, bisogna partire da lontano, addirittura dalle origini del Tibet.
Sebbene la storia del Tibet abbia inizio nel 127 a.C. con l’avvento della dinastia Yarlung (dal nome di un fiume della regione centrale), il paese venne di fatto unificato per la prima volta nel VII sec. d. C. con Songtsen Gampo. trentatreesimo monarca della dinastia, che favorì la penetrazione dall’India degli insegnamenti buddhisti e diede un impulso significativo all’evoluzione culturale.
Gli successe Trisong Deutsen che estese talmente l’impero da potersi permettere di assoggettare, nel 763, la stessa capitale cinese.
Non solo. A lui si deve l’effettiva diffusione e affermazione del buddhismo. Chiamò, infatti, dall’India e precisamente da Nalanda, celeberrima università (ospitava duemila insegnanti e oltre diecimila studenti e fiorì dal V al XII sec. quando finì distrutta dalle orde musulmane), l’erudito Santarakshita e il grande, e ancora oggi venerato, maestro Padmasambhava. Quest’ultimo, cui si deve la nascita del primo insediamento buddhista in Tibet, avrebbe, tra l’altro, profetizzato che quando “gli uccelli di ferro avrebbero volato” e “i cavalli avrebbero girato sulle ruote” i tibetani sarebbero stati costretti ad abbandonare, “come le formiche”, la propria terra e il buddhismo si sarebbe rivolto “agli uomini bianchi “.
Alla scomparsa di Trisong Deutsen salì al trono, nell’815, Ralpachen. Autore di uno stabile trattato di pace con la Cina, si dedicò ad incrementare la conoscenza del buddhismo. Cadde, però, vittima di una congiura ordita dal fratello Langdarma con l’appoggio di esponenti Bön (religione naturale, con aspetti ritualistici sciamanici, praticata precedentemente all’arrivo del buddhismo).
Langdarma fu un pessimo amministratore e, a sua volta, morì assassinato nell’842, lasciando un impero frantumato in una miriade di principati piccoli e bellicosi.
Il Bön tornò in auge ed il buddhismo fu momentaneamente sradicato per tornare ad essere oggetto di rinnovato interesse tra la fine del decimo e l’inizio dell’undicesimo secolo.
La costruzione dei più importanti monasteri buddhisti, quelli che finiranno per acquistare rilevanza anche sociale e politica, risale proprio a questo periodo. Si creò una nuova koinéculturale e religiosa e il paese, nonostante la divisione in potentati, conobbe un momento di relativa tranquillità.
Il tredicesimo secolo vide l’ascesa del capo mongolo Gengis Khan che, alla guida delle sue temibili armate, assoggettò la Cina e nel 1207 sottomise anche i tibetani. Nel 1239 Godan Khan, nipote di Gengis, impressionato dall’influenza esercitata dai lama, invitò alla sua corte Sakya Pandita, il più rinomato maestro spirituale dell’epoca, appartenente alla scuola sakyapa (dal nome di un monastero edificato nel 1073).
Il capo mongolo rimase talmente colpito dall’incontro da convertirsi al buddhismo. Proibì scorrerie del suo esercito nel Tetto del mondo e assegnò proprio agli abati sakyapa il governo dell’intero Tibet.
Suo figlio, Kublai Khan, che aveva instaurato in Cina la dinastia mongola degli Yuan, designò il capo dei sakya come precettore imperiale.
Solo per informazione, ricordiamo che le quattro grandi scuole che caratterizzano il buddhismo tibetano sono la nyingmapa (gli “antichi”), la Kagyupa (che annovera maestri come Marpa e Milarepa), la gelugpa (fondata agli inizi del XV secolo dal grande riformatore Lama Tsong Khapa e ispirata a un criterio di purezza originaria; ad essa appartiene l’attuale Dalai Lama) e, appunto, la sakyapa.
Va anche detto che, a differenza dei gelugpa, i sakyapa non osservano il celibato e riconoscono come loro massimo esponente un lama laico, il Sakya Trinzin, scelto non tramite reincarnazione ma per processo ereditario.
Il potere temporale dei sakyapa durò circa un secolo, fino a quando non andò al potere la famiglia nobiliare tibetana dei Pamotrupa, cui seguirono i principi di Rinpung e, nel 1565, i re di Tsang.
Nel frattempo si stava affermando la scuola gelugpa, detta anche dei “berretti gialli”, per via dei caratteristici copricapi indossati dai monaci (i sakyapa portavano, invece, “berretti rossi”).
Nel 1578 l’imperatore mongolo Altan Khan, lontano discendente di Gengis, convertitosi al buddhismo, divenne discepolo del lama gelugpa Sonam Gyatso e, in segno di devozione, gli conferì il titolo di Dalai Lama (“Oceano di saggezza), facendo in modo che estendesse alla sfera politica l’influenza spirituale.
Sonam Gyatso, in realtà, non fu il primo ma il terzo Dalai Lama, in quanto il titolo ebbe valore retroattivo nei confronti di altri due esponenti dell’ordine gelugpa.
I primi decenni del XVII secolo furono drammatici, segnati da forti scontri che finirono per coinvolgere e opporre tra loro anche i kagyupa e i gelugpa.
Il potere dei sovrani Tsang (i quali, tra l’altro, erano sostenitori dei karmapa, sotto-scuola deikagyupa) cominciava ad indebolirsi senza che si vedesse all’orizzonte una forza in grado di prevalere.
Fu in tale contesto che Ngawang Lobsang Gyatso, V Dalai Lama, riuscì ad imporsi come unico antagonista della dinastia Tsang. Dalla seconda metà del XVII secolo rinsaldò il proprio potere grazie all’appoggio politico e militare dei mongoli governando un Tibet finalmente riappacificato, unito e indipendente. Non a caso sarà ricordato come il Grande Quinto.
Si insediò a Lhasa, dove iniziò la costruzione del Potala e di numerosi monasteri, e istituì la seconda carica religiosa del Tibet, quella del Panchen Lama, in omaggio alla guida spirituale del monastero di Tashilumpo.
I problemi cominciarono nel 1682, alla sua morte.
Divenuto reggente, il suo principale collaboratore, per timore che un nuovo vuoto di potere sfociasse in un altro periodo di rivalità fratricide, coprì per diversi anni la notizia.
La finzione non poteva, però, durare troppo a lungo e alla fine fu costretto ad ammettere la verità. Contemporaneamente, però, fu annunciato che la nuova reincarnazione era stata trovata e sarebbe stata insediata a Lhasa.
Disinteressato alla politica, il VI Dalai Lama fu una personalità eccentrica dedita prevalentemente alla stesura di componimenti amorosi.
Nel frattempo i Manciù, popolazione di origine non cinese,avevano preso il sopravvento in Cina dando vita alla dinastia Ch’ing che subito mostrò intenzioni annessionistiche nei confronti del Tibet. Il secondo imperatore Ch’ing, non volendo esporsi in prima persona, spinse un feroce e spregiudicato capo mongolo, Lhazang Khan, a varcare i confini del Paese delle nevi.
Il legittimo governo fu deposto, il VI Dalai Lama arrestato e inviato in Cina dove, guarda caso, non giunse mai perché probabilmente assassinato in viaggio.
La tragica scomparsa del VI Dalai Lama e il brutale dominio del capo mongolo aprirono una pagina dolorosa, di violenze e atrocità.
Approfittando dell’ostilità dei tibetani nei confronti dello spietato Lhazang Khan, un’altra popolazione mongola, gli Zungari, invasero a loro volta l’altopiano uccidendo nel 1717 Lhazang Khan, conquistando Lhasa e abbandonandosi ad eccessi di ogni genere.
Dal caos generatosi trasse profitto l’imperatore manciù Kang Hsi che, tra l’altro, insediò nel Potala il nuovo Dalai Lama, il VII, trasformando tuttavia il Tibet in una sorta di protettorato manciù.
Due suoi rappresentanti, gli Amban, si stabilirono a Lhasa con una guarnigione cinese di duemila uomini e il compito di curare gli interessi di Pechino.
Attenzione. E’ questa una fase molto delicata della storia tibetana perché è proprio dagli avvenimenti di questo periodo che nascono molti degli equivoci riguardanti l’effettivo status del Tibet.
Bisogna, infatti, chiedersi se dal 1720 il Tibet diviene o no parte integrante dell’impero cinese. La risposta che ci fornisce la storia è, con estrema chiarezza, negativa. Vediamo perché.
I tibetani furono, infatti, sì costretti ad accettare la “soluzione imperiale” come male minore ma, nel concreto, continuarono a comportarsi come se nulla fosse accaduto confidando nel fatto che i Manciù non avrebbero assolutamente potuto esercitare un prolungato controllo. Ed ebbero ragione.
Tornato in Cina il grosso dell’esercito di Pechino, il Tibet fu nuovamente governato dal Dalai Lama e dai suoi ministri mentre gli Amban si limitarono a svolgere un ruolo più simile a quello di ambasciatori che non di plenipotenziari.
Il VII Dalai Lama non volle, comunque, rivestire alcun ruolo politico preferendo invece dedicarsi, come il suo successore, l’VIII, ad un’intensa vita spirituale.
La conduzione degli affari di stato fu affidata ad un gabinetto (Kashag) composto da quattro ministri (Kalon) di cui tre laici e uno religioso. Un assetto legislativo che rimarrà sostanzialmente inalterato fino al 1959.
Nonostante il IX, il X, l’XI e il XII Dalai Lama fossero tutti morti precocemente, le mire cinesi non si realizzarono mai.
A partire dalla seconda metà del XIX secolo l’impero manciù cominciò ad entrare in crisi ed il Tibet si trovò al centro delle ambizioni di altri due imperi, quello russo, zarista, e quello inglese, desideroso di ampliare i confini della propria colonia indiana.
Nell’agosto 1904, durante il governo del XIII Dalai Lama, una spedizione inglese al comando del colonnello Younghusband entrò a Lhasa per fare ritorno, dopo sei mesi, in India.
Fu firmata una convenzione anglo-tibetana che prevedeva, tra l’altro, scambi commerciali tra le due nazioni e vietava ogni ingerenza esterna nella politica del Tibet. Va sottolineato che in nessun punto del trattato è menzionato alcun diritto da parte dei cinesi. Il Tibet, di fatto, era una nazione libera di decidere il proprio destino e di firmare accordi internazionali.
La reazione cinese non si fece attendere. Nel tentativo di raggiungere un accordo, la diplomazia britannica affermò che il Tibet era stato per un certo periodo nella “sfera d’influenza” manciù senza che, però, i cinesi avessero mai esercitato una diretta sovranità.
Le insistenze di Pechino portarono nel 1906 alla ratifica di un altro trattato, questa volta sino-britannico e steso all’insaputa dei tibetani, in cui, tra l’altro, si dichiarava che l’Inghilterra non aveva mire espansionistiche e non voleva interferire negli affari interni dello stato tibetano. Rimaneva, tuttavia, nel vago il ruolo della Cina.
Così facendo, e con non poco cinismo, gli inglesi erano riusciti a trovare un’intesa per arginare i russi, considerati ben più temibili dei manciù.
Una volta compreso che il vero scopo dell’Inghilterra era solo quello di tenere a bada la Russia zarista, i cinesi si fecero più aggressivi e prepotenti e nel 1910 invasero il Tibet, entrando per la prima volta esplicitamente contro la volontà popolare e dichiarando deposto il XIII Dalai Lama che fu costretto a fuggire nell’India britannica.
La non collaborazione e la fiera resistenza dei tibetani fecero, però, sì che i manciù si rendessero conto dell’impossibilità di governare senza e contro il Dalai Lama. Per questo, ribaltando la propria politica, chiesero al XIII Dalai Lama di riprendere il posto che gli spettava.
Nell’ottobre 1911 una rivolta nazionale rovesciò in Cina il potere manciù e l’ultimo imperatore. L’esercito imperiale cinese si sfaldò. Nell’estate 1912, grazie alla mediazione del governo nepalese, tibetani e cinesi raggiunsero un accordo riguardante la resa dell’ex contingente manciù e l’immediata espulsione dei suoi componenti dal Tibet che, dopo due anni di dominio straniero, tornava ad essere libero e indipendente. Il XIII Dalai Lama tornò a Lhasa confermandosi come unica e legittima autorità del Tibet.
Tuttavia, per ironia o crudeltà della sorte anche la neonata Repubblica cinese avanzò le medesime pretese della dinastia manciù, ostinandosi a considerare il Tibet parte integrante della Cina.
Alla fine, la diplomazia britannica, chiamata in causa dallo stesso XIII Dalai Lama, si convinse della necessità di un accordo tra tibetani e cinesi sotto la supervisione di Londra.
Nel 1914 fu così indetta a Simla, cittadina nel versante indiano dell’Himalaya, una convenzione che, nel documento finale, prendeva atto dell’effettiva indipendenza del Tibet, riconosceva che la nazione non aveva alcun legame con la Cina e stabiliva i confini dello stato con una precisa linea di demarcazione, nota come Mac Mahon, dal nome del plenipotenziario inglese, che non lasciava adito a dubbi di alcun genere.L’accordo fu, però, siglato solo dai britannici e dai tibetani. I cinesi si rifiutarono di apporre la loro firma.
Seguirono anni di relativa calma e stabilità fino alla morte, nel dicembre 1933, a cinquantasette anni, del XIII Dalai Lama che, come abbiamo visto, svolse un ruolo di primo piano a livello diplomatico e all’interno, con una decisa azione riformatrice e di ammodernamento di una società troppo a lungo ancorata a modelli feudali.
Un anno prima di morire, il XIII Dalai Lama, che si meritò l’appellativo di Grande Tredicesimo, aveva indirizzato al suo popolo un vero e proprio testamento spirituale in cui annunciava profeticamente l’addensarsi di nubi fosche.
In Cina, dopo anni di sconvolgimenti interni e guerre civili, il regime nazionalistico di Ch’ang Kai Shek venne sconfitto e il 21 settembre 1949 fu proclamata la Repubblica popolare cinese con a capo Mao Tse Tung.
Il nuovo regime comunista non nascose sin dall’inizio i propri propositi nei confronti del Tibet. Ciu En Lai si affrettò a dichiarare dai microfoni di Radio Pechino che l’anno successivo l’”esercito popolare” avrebbe “liberato” Taiwan, Hainan e il Tibet. Fu il prologo dell’odierna tragedia.
Il 7 ottobre 1950 la frontiera tibetana fu contemporaneamente attaccata dai cinesi in sei luoghi diversi. Le debolissime truppe di Lhasa furono travolte. Nonostante le dimostrazioni tibetane di eroismo, non poteva esserci confronto e l’avanzata del rullo compressore inviato da Pechino si dimostrò subito inarrestabile.
A Lhasa il governo e l’intera popolazione furono presi dal panico. A novembre, sotto l’incalzare degli eventi, furono conferiti i pieni poteri politici a Tenzin Gyatso, che era stato riconosciuto nel 1937 reincarnazione del precedente Dalai Lama e il 22 febbraio 1940 ufficialmente investito della carica religiosa. Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, era allora solo un ragazzino di 16 anni costretto, dall’incalzare degli eventi, ad assumersi oneri particolarmente importanti. Fu chiamato ad affrontare quella che si sarebbe presto rivelata un’immane tragedia. Nell’aprile 1951, nel tentativo di arginare la furia comunista, il governo tibetano inviò una delegazione in Cina. Una volta a Pechino i tibetani furono, però, sottoposti a minacce e tenuti quasi in ostaggio, dal momento che fu loro impedito di avere contatti con le autorità di Lhasa. In questo clima intimidatorio la delegazione tibetana fu costretta dai cinesi a firmare un trattato in diciassette punti che annettava il Tibet alla Cina sia pure in condizioni di notevole autonomia. L’esercito comunista poté quindi entrare a Lhasa nel settembre 1951 portando così a termine l’occupazione del Paese delle nevi.
Il 17 ottobre capitolò Chamdo, capoluogo del Tibet orientale e perno dell’intero sistema difensivo. Il 25 dello stesso mese Radio Pechino poté spavaldamente annunciare, ad un mondo vergognosamente e omertosamente distratto, la notizia che il Tibet era stato invaso e “liberato dal giogo imperialista”. Sappiamo di che tipo di liberazione, purtroppo, si trattò.
Nell’arduo tentativo di raggiungere una qualche forma di pacifica convivenza con l’occupante, nel 1954 il Dalai Lama compì una lunga visita di cortesia nella Repubblica popolare cinese, incontrandosi a Pechino con Mao Tsetung, Ciu En Lai ed altri importanti dirigenti comunisti. Prima di partire per tornare a Lhasa, il Dalai Lama ricordò a Mao, che si disse d’accordo, quanto fosse importante che i cinesi rispettassero le tradizioni sociali e culturali del Tibet come del resto stabiliva lo stesso trattato in diciassette punti. Nonostante le assicurazioni ricevute a Pechino, il Dalai Lama trovò in Tibet una situazione deteriorata. Alle innumerevoli violenze compiute dai cinesi, i tibetani avevano risposto dando vita a un vasto movimento di resistenza attivo in pratica in tutta la parte nord-orientale del Paese, Gushi Gangdruk, letteralmente “Quattro fiumi e sei catene di montagne”. Secondo stime attendibili alla fine del 1957 circa centomila guerriglieri combatterono per la libertà del Tibet, ma la disparità delle forze in campo non lasciava alcuna possibilità di successo alla pur eroica resistenza tibetana. Alle incursioni dei guerriglieri, Pechino rispose colpendo indiscriminatamente la popolazione civile, bombardando villaggi, uccidendo monaci, distruggendo monasteri e passando per le armi tutti coloro che, a torto o a ragione, erano accusati di aver aiutato i partigiani. La potente macchina bellica maoista fu responsabile in quegli anni di un vero e proprio genocidio, come fu appurato in seguito da due dettagliati rapporti internazionali. Dall’Amdo e dal Kham, sconvolti dalle battaglie, cominciarono ad affluire nelle province centrali di U-Tsang lunghe colonne di profughi. Dapprima erano solo civili che cercavano di sfuggire alla ferocia cinese. Poi giunsero anche nutriti gruppi di guerriglieri che speravano di potersi riorganizzare nel Tibet centrale per poi tornare nel nord-est. Ma si trattò di una speranza vana perché ormai la presenza cinese sul Tetto del Mondo era ben solida e capillare. Il potere dello stesso Dalai Lama in pratica non esisteva più e il campo d’azione del suo governo si limitava ai problemi di ordinaria amministrazione mentre per tutte le questioni importanti a decidere e comandare erano i generali dell’Armata rossa.
Nel volgere di poco tempo anche a Lhasa la tensione divenne intollerabile. All’inizio del marzo 1959 mentre nella capitale tibetana si celebrava il Monlam Chenmo, la principale ricorrenza religiosa dell’anno, il Dalai Lama venne invitato a partecipare ad uno spettacolo che si sarebbe tenuto al quartier generale delle truppe cinesi. Gli fu chiesto, però, di recarsi senza l’usuale scorta e accompagnato solo da un pugno di funzionari, peraltro disarmati. Il Dalai Lama, nonostante il parere negativo dei suoi ministri decise che un suo rifiuto avrebbe ulteriormente irritato i cinesi e quindi accettò. Quando i tibetani appresero la notizia decisero che non avrebbero permesso che il loro leader si consegnasse inerme nelle mani dei militari cinesi. Il popolo era convinto che lo spettacolo non fosse altro che un pretesto per rapirlo. Un imponente assembramento si formò in breve tempo attorno al Norbulingka, residenza estiva del Dalai Lama, chiedendo apertamente il ripudio del trattato in diciassette punti e la cacciata dei cinesi dal Tibet.
La giovane guida spirituale e politica tibetana, dal canto suo, sapeva che i timori della sua gente erano più che fondati e si rendeva perfettamente conto che nulla sarebbe valso contro l’apparato dei militari cinesi. Decise quindi di fuggire sperando in questo modo di calmare le acque, far scendere la tensione sotto il livello di guardia e poi riprendere la strada del dialogo e delle trattative. La notte tra il 17 e il 18 marzo il Dalai Lama e un piccolo gruppo di persone, tra cui suoi famigliari e alcuni ministri uscì segretamente dal Norbulingka, per cercare rifugio nelle zone meridionali del Tibet ancora non del tutto controllate dai cinesi. La notte tra il 19 e il 20 marzo i cinesi bombardarono il Norbulingka convinti che il Dalai Lama fosse ancora lì e che, quindi, potesse morire sotto le bombe. Poi attaccarono la città. Vennero colpiti il Potala, il Jokhang, le abitazioni. I tibetani combatterono una lotta eroica ma impari. I militari cinesi furono implacabili. Decine di migliaia di persone, in gran parte civili, morirono sotto i colpi di una repressione feroce. Il governo tibetano venne sciolto e tutte le autonomie riconosciute dal trattato in diciassette punti abolite. Il Dalai Lama riuscì a stento a mettersi in salvo. Scortato da un pugno di uomini della resistenza raggiunse dapprima Lhuntse Dzong, una località vicina al confine indiano, dove in un primo tempo pensava di fermarsi in attesa di tornare a Lhasa. Ma di fronte al precipitare della situazione e alle notizie terribili che giungevano dalla capitale decise che non aveva altra scelta se non riparare in India dove giunse il 31 marzo. In due settimane aveva dovuto percorrere oltre un migliaio di chilometri. Il governo di Nuova Delhi gli concesse immediatamente asilo politico. La tragedia tibetana era ormai in corso. Nel suo libro “La porta proibita”, del 1984, Tiziano Terzani ha ampiamente parlato senza alcuna reticenza dell’orrore dell’occupazione cinese in Tibet, così come hanno fatto, con grande serietà, Piero Verni (imprescindibile il suo “Dalai Lama. Biografia autorizzata” edito da Jaca Book), Carlo Boldrini (“Lontano dal Tibet. Storie da una nazione in esilio”, Lindau), Raimondo Bultrini, Ettore Mo.
“La Cina”, ha scritto Ettore Mo, “è intervenuta in Tibet affermando che quest’ultimo era parte della Cina. Non è vero. Parlano un’altra lingua, sono di un ceppo etnico diverso… Il Tibet è una ‘piattaforma’ sopra l’India, che per i cinesi, grandi nemici dell’India, rappresenta la possibilità di controllarla (come per la guerra del ‘70), un’esigenza vitale. I cinesi sono entrati in Tibet, hanno costruito le strade che prima non c’erano, fatte apposta per far entrare i loro carri armati e per piazzare le loro basi di difesa. E’ stato tutto calcolato… ma per fare questo hanno dovuto distruggere la cultura del Tibet, partendo dall’eliminazione dei monaci… si tratta di una vera e propria invasione con tutte le regole fatta da una grande potenza con un miliardo di persone contro un piccolo stato con centomila abitanti. Hanno portato in Cina i tibetani e hanno portato moltissimi cinesi in Tibet, quindi la preponderanza anche etnica in Tibet è cinese. Hanno cambiato la natura etnica del paese, hanno fatto diventare i tibetani una minoranza. Hanno fatto di tutto… costringevano i monaci a sposarsi, hanno bruciato i loro monasteri, le loro grandi opere… una cosa realmente spietata e folle, fatta nel nome di un paese che si è autoconferito il diritto di ‘influire’ su un altro”.

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