Bhikkhu Anālayo, al di là del segno, al di là della morte
di Francesco Pullia
Nel libro Senza segno, senza morte (tr.it. Chiara Neri, Ubiliber, Roma, 2025, pp. 283), Bhikkhu Anālayo (nato in Germania nel 1962, ordinato monaco nello Sri Lanka nel 1995, già docente all’Università di Amburgo, attualmente condirettore dell’Agama Research Group a Taiwan e residente al Barre Center for Buddhist Studies negli Stati Uniti) traccia, con il rigore che contrassegna i suoi studi, una prospettiva buddhista decisamente inconsueta relativa alla costruzione dell’esperienza e all’affrancamento, in vita, dal timore e dall’afflizione per l’inevitabile trapasso. E lo fa appellandosi essenzialmente al buddhismo antico, ispirato cioè direttamente agli insegnamenti del Buddha storico che, come si sa, condusse esistenza terrena tra il VI e il V sec. a.C.
Nella prima parte della serrata indagine ci si sofferma sulla necessità di oltrepassare i segni e i significati attribuiti. La loro identificazione può, infatti, condurre “a rafforzare l’impressione erronea della permanenza”.
Proprio per contrastare tale possibilità si mette l’accento sull’importanza di focalizzarsi sull’impermanenza rimuovendo in tal modo ogni forma di attaccamento ai segni. Si tratta, quindi, di osservare gli oggetti delle percezioni senza alcuna elaborazione mentale e alcun coinvolgimento emotivo, sviluppando mera consapevolezza della presenza e pura attenzione nei confronti dei fenomeni. Un atteggiamento che porta all’acquisizione dell’impertubabilità, ad andare, nella meditazione, ben al di là di “ascese” e “precipitazioni”, rendendosi stabili, affrancati dall’alternarsi dualistico, esenti dalla tentazione di scivolamenti identificativi e concettualizzanti.
In altri termini, bisogna sfrondarsi di appigli mentali nei confronti di qualsiasi cosa o accadimento, sradicarsi, attraverso un azzeramento radicale, dal veleno dell’illusione, dell’affidarsi, nel processo cognitivo, esclusivamente all’apparato sensorio.
Occorre privarsi del segno, concentrarsi sul vuoto, fuoriuscire dalla costruzione dell’esperienza. Ciò porta, come conseguenza, a smantellare gli stessi fraintendimenti ingeneratisi, specialmente in Occidente, sul Nirvana assimilato, specialmente nella faciloneria new age, al raggiungimento di iperuranici stati di benessere e felicità o all’immortalità di un sé permanente.
Il Nirvana, sostiene efficacemente Anālayo riallacciandosi al buddhismo originario, è in realtà il “senza-morte”, il superamento della ruota che ci consegna al saṃsāra, al doloroso, invischiante, ciclo delle rinascite. Risvegliarsi, in questo senso, equivale a realizzare che non si nasce e non si muore, che siamo sì nel ma non il corpo fisico, chiamati a liberarci completamente da ogni sorta di afflizione. Come scrive l’autore, è una svolta radicale, “il verificarsi di qualcosa d’inaspettato, un’improvvisa visione penetrante o comprensione che innesca un lasciar andare così profondo che l’intera costruzione dell’esperienza si ferma momentaneamente e ciò che non è costruito può essere realizzato”. Uscire da quanto è condizionato, costruito, implica, dunque, lasciare andare tutto, inclusi gli stessi mezzi che ci sospingono all’oltrepassamento delle barriere come insegnato nell’Alagaddupama Sutta, noto come l’apologo della zattera che dev’essere abbandonata una volta raggiunta la destinazione: quietare tutte le costruzioni, distaccarsi da tutti i supporti, estinguere brama, passione, sradicare la presunzione dell’esistenza dell’io, non basarsi sull’impiego dei concetti, in altre termini non confidare nel mondo sensorio ma arrivare alla cessazione del divenire, alla visione penetrante della vacuità.
Buddha, sottolinea l’autore, non si attacca neanche alla stessa comprensione di quanto ha appena insegnato: “come una fiamma, portata via dalla forza del vento, si spegne ed è al di là di ogni considerazione, così il saggio, liberato dalla categoria del nome, si spegne ed è al di là di ogni considerazione”.
Questo è, allora, il Nirvana: l’eliminazione in vita, senza attendere il verificarsi della morte, di ogni illusione, di tutto quanto risulti interiormente inquinante, distanziandosi, in modo equanime, dalla reificazione dell’esistenza o dalla non-esistenza, in sostanza dalle ingannevoli paludi del dualismo. Ciò produce la completa liberazione da dukkha, dal dolore, dalla sofferenza, dall’insoddisfazione che costantemente ci perseguitano e ottenebrano. Non c’è segno, non c’è morte. Tutto è impermanente, vuoto.