Recensione della biografia del Dalai Lama scritta da Piero Verni

Una chiave per il nostro tempo.
Compassione, saggezza, amore.
Nuova edizione della biografia del Dalai Lama
scritta da Piero Verni

di Francesco Pullia.

Seduto in padmasana, classica posizione del loto, con un testo sacro sulle ginocchia e un foglio sulla mano sinistra, Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, ci guarda con il sorriso contagioso di amorevole benevolenza che lo contraddistingue.
Sullo sfondo un paesaggio tibetano su cui, inconfondibile, spicca il Potala. Sopra i raggi che ne circondano il capo, tre emblematiche raffigurazioni, ognuna su una nuvola: Cenresig, Buddha della Compassione di cui, come si sa, la guida tibetana è emanazione, il Buddha storico, Sakyamuni, nell’atto di toccare terra con la destra (Bhumisparsha Mudra), il grande riformatore Je Tsongkhapa, fondatore della scuola dei Gelugpa, berretti gialli, a cui Sua Santità appartiene.
Già questa bellissima thangka, appositamente commissionata e realizzata da Lama Tashi Norbu, rende un’idea del livello della nuova edizione della voluminosa (550 pagine, 70 €) biografia autorizzata del Dalai Lama scritta da Piero Verni e pubblicata da Nalanda, dal nome dell’importante università e centro culturale buddhista, con il titolo, particolarmente appropriato, Il sorriso e la saggezza.

Un testo fondamentale, magistralmente scritto, che, ben lungi dal rivelarsi retorica agiografia, tratteggia egregiamente la figura del premio Nobel per la pace 1989 inquadrandola all’interno della tradizione culturale tibetana e calandola perfettamente in un articolato contesto storico a cavallo tra due secoli. Non a caso si avvale di numerose schede di approfondimento (con in più una sinossi storica, un glossario e una ricca bibliografia) di grande utilità sia per chi si accosta per la prima volta all’affascinante mondo del Paese delle Nevi sia per chi intenda intensificarne lo studio.
Preceduto da due note dello stesso Oceano di Saggezza e da una partecipata prefazione di Fabrizio Pallotti, che da lungo tempo ne è apprezzato traduttore ufficiale in italiano oltre ad essere qualificato studioso di buddhismo, il libro si fa, a poco a poco, epico nel senso che si dipana intrecciando inevitabilmente vicende individuali con quelle di un intero popolo invaso ormai da settantacinque anni dalla Repubblica popolare cinese e soggetto ad una spietata colonizzazione.

Decisamente felice è stata la decisione editoriale di pubblicarlo in occasione del novantesimo compleanno del Dalai Lama (è nato a Taktser, villaggio della regione tibetana dell’Amdo, il 6 luglio 1935) e dell’indizione, fino al luglio del 2026, dell’Anno della compassione.
Il Dalai Lama, come afferma efficacemente Pallotti, costituisce un esempio vivente di come il coraggio, la saggezza e la compassione possano trasformare anche le prove più dure in un sentiero di crescita per tutti gli esseri.
Dietro quel volto irradiante serenità, dallo sguardo acuto e penetrante, si cela il dramma di un uomo che ha trascorso buona parte della sua vita lontano dalla sua terra e dal suo popolo, nell’esilio indiano di McLeod Ganj, nell’Himachal Pradesh, impegnandosi in tutti i modi per salvare una cultura a forte rischio di estinzione a causa della dominazione cinese.
Riconosciuto a quattro anni, dopo accurate ricerche, reincarnazione del suo predecessore, il grande XIII, il piccolo Lhamo Dhondup (questo il suo nome iniziale) viene portato il 22 febbraio 1940 a Lhasa, capitale del Tibet, e ufficialmente investito del titolo di Dalai Lama con i nomi di Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso (Signore Santo, Mite Splendore, Compassionevole, Difensore della Fede, Oceano di Saggezza).
La sua educazione comincia all’età di sei anni. Nel 1950, appena quindicenne, in seguito all’invasione del Tibet da parte di ottantamila soldati della Repubblica popolare cinese, è costretto ad assumere, in fretta e in furia, pieni poteri politici. Nel 1954 si reca a Pechino per tentare di dialogare con Mao Tse-Tung e altri leader cinesi, fra i quali Chou En-Lai e Deng Xiaoping. Due anni dopo ha una serie di incontri con il primo ministro indiano Nehru e il premier cinese Chou En-Lai. I tentativi di soluzione pacifica si rivelano, però, vani per lo spietato disegno perseguito da Pechino nel Tibet Orientale. Esasperata, la popolazione si solleva contro i cinesi. La protesta si diffonde a macchia d’olio. Il 10 marzo 1959 a Lhasa il popolo chiede a gran voce alla Cina comunista di andarsene dal Tibet e di restituire l’indipendenza al paese. La repressione, manco a dirlo, è brutale, sanguinaria. Per evitare di cadere nelle grinfie cinesi, il Dalai Lama è costretto a fuggire in modo rocambolesco per riparare in India. Il resto è storia, più o meno nota, dei nostri giorni. 

Premio Nobel per la pace nel 1989, Tenzin Gyatso continua ad essere ostinato assertore della nonviolenza nonostante l’altopiano himalayano sia teatro di un’immane tragedia e la situazione sia arrivata a un punto di non ritorno. A causa della politica di sterilizzazioni e aborti forzati imposta da Pechino, i tibetani sono ridotti ad essere in patria una minoranza, appena sei milioni, rispetto al numero raddoppiato di cinesi immigrati. Non a caso la Cina si è spesa nella costruzione della linea ferroviaria più alta del mondo, nota come la Pechino-Lhasa, ad oltre 5000 m. sul livello del mare. La colonizzazione non conosce soste e, come una piovra, abbraccia tutto. In Tibet non si può studiare e parlare il tibetano, praticare serenamente il buddhismo, sventolare la propria bandiera (quella con i raggi rossi e blu, il sole splendente, i due leoni di montagna, i simboli che rimandano all’insegnamento buddhista) e tanto meno avere un’immagine del Dalai Lama. Se la polizia la trova addosso o in un angolo della casa, si viene spediti a marcire in galera o in un famigerato campo di concentramento (laogai) e sottoposti a inenarrabili torture (si legga a questo proposito Palden Gyatso con Tsering Shakya, Tibet, il fuoco sotto la neve, Sperling & Kupfer, 1997). Il processo di annientamento dei tibetani viene perpetrato dalla Cina tramite la disintegrazione della loro identità, lo stravolgimento di abitudini e costumi, il severo controllo delle nascite, la deforestazione e il depauperamento delle preziose risorse boschive e minerarie, la trasformazione di vaste aree del paese in depositi di scorie radioattive, l’urbanizzazione di numerosi gruppi nomadi abituati da sempre a vivere di pastorizia, l’immissione di colture intensive del tutto estranee alla vocazione del territorio. In breve, il Tibet sta sparendo interamente fagocitato da Pechino. Poco dell’inestimabile patrimonio artistico, culturale, religioso, si è salvato dalla furia iconoclasta delle guardie rosse maoiste che, nel 1969, oltre a sottoporre monaci e abitanti ad umilianti processi “rieducativi”, ridussero in macerie più di 6500 tra templi e monasteri. Molto opportunamente il volume di Verni dedica due capitoli alle criminose assurdità commesse sia in Cina che in Tibet nel periodo della cosiddetta “rivoluzione culturale”.

Le toccanti pagine (pp.393-399) sui 169 tibetani, tra cui numerosi giovanissimi, immolatisi fino ad oggi, in Tibet o in esilio, con il fuoco (me sreg) per rivendicare la libertà dal giogo cinese, attestano la gravità della situazione in cui si è giunti nel Tetto del Mondo.
“Si potranno scrivere”, nota accoratamente Verni, “decine di migliaia di pagine sulla condizione del Tibet e del suo popolo sotto l’occupazione cinese. Si potranno portare quantità impressionanti di dati, notizie, prove, evidenze storiche. Ma nulla rivela cosa significhi per i tibetani vivere nel Tibet occupato quanto i bagliori di queste povere torce umane”.
Nonostante tutto, il Dalai Lama, in modo ammirevole, non deroga un solo istante dalla scelta nonviolenta, ahimsa, e dalla compassione (bodhicitta). Già nel 1987 propose un piano di pace in cinque punti che prevedeva, tra l’altro, per il Tibet la trasformazione in un altopiano di nonviolenza. Ora più che mai, alla luce delle guerre in corso, con il rischio concreto che si possa sfociare in un conflitto nucleare esiziale per l’umanità intera, l’impegno nonviolento gli appare l’unico da condurre ostinatamente fino in fondo.
Illuminanti, in questo senso, sono i capitoli conclusivi della biografia scritta da Verni, in cui Tenzin Gyatso, che si definisce semplice monaco buddhista e seguace della via lastricata da Gandhi, mette in modo inequivocabile l’accento sulla necessità di perseguire senza remore la via del dialogo e sulla ragionevolezza: “Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo plasmare il futuro”.
Di qui l’appello a ognuno di noi affinché si coltivino responsabilità e comprensione tra i viventi. La sua voce, tranquilla ma ferma, si staglia alta sull’assordante frastuono generale in cui, purtroppo, siamo immersi. Anche per questo, gli e ci auguriamo che possa realizzarsi il suo desiderio di vivere per almeno altri due decenni. Senza di lui il mondo sarebbe terribilmente impoverito, senza punti di riferimento positivi, privato di sorriso e saggezza.