Recensione della biografia di Jetsun Pema sorella del Dalai Lama scritta da Piero Verni

Jetsun Pema, madre del Tibet.
Biografia della sorella del Dalai Lama
scritta da Piero Verni

di Francesco Pullia.

Quando si giunge all’ultima pagina di un libro di Piero Verni si prova un po’ di dispiacere perché si vorrebbe che il testo non finisse mai. L’autore, infatti, non è un semplice giornalista ma innanzitutto uno scrittore raffinato che riesce magistralmente a coniugare stile letterario ad accurata documentazione, poesia ad elaborazione di quanto appreso in anni e anni di viaggi e studi nel subcontinente indiano e, in particolare, nelle zone himalayane dove sono confinate comunità tibetane scampate allo scempio, alla feroce colonizzazione attuata insistentemente dalla Repubblica popolare cinese nel Paese delle Nevi a partire dal 1950.

Ogni libro di Verni rivela una singolare capacità di amalgamare profonda conoscenza a rara capacità descrittiva, sì da riuscire sapientemente a renderci partecipi di vissuti collettivi e individuali. Chiunque abbia avuto modo di leggere i suoi lavori può testimoniarlo.

Ne citiamo solo alcuni di una prolifica produzione, cui vanno aggiunti manuali divulgativi, video e filmati di altissimo valore (come quelli in collaborazione con Karma Chukey), a cominciare dalle tre splendide e utilissime biografie del Dalai Lama, autorizzate ufficialmente dalla stessa guida in esilio del popolo tibetano nonché Premio Nobel nel 1989. Due sono state pubblicate da Jaca Book, rispettivamente nel 1990 e 1998, e la terza nel 2021 da Nalanda con il titolo, indovinatissimo, “Il sorriso e la saggezza”.

E non si possono non ricordare, secondo un ordine cronologico, “Tibet. Le danze rituali dei Lama” (Nardini Press, 1990, con presentazione del Dalai Lama e foto di Vicky Sevegnani), “Mustang, ultimo Tibet” (Corbaccio, 1994, con prefazione di Fosco Maraini e foto di Claudio Cardelli), “Il Tibet nel cuore” (Sperling & Kupfer, 1999), “Himalaya. Luoghi, cultura, spiritualità” (2006, con foto di Giampietro Mattolin), “Lung ta. Universi paralleli” (2012, con foto di Giampietro Mattolin) “Tulku. Le incarnazioni mistiche del Tibet” (Grafiche Leone, 2015, edizione ampliata nel 2018, con foto di Giampietro Mattolin, cui ha fatto seguito, nel 2022, l’omonimo documentario), “Quattro fiumi, sei montagne. La resistenza armata tibetana contro l’invasione cinese, 1950-1974” (Il Cerchio, 2023) in collaborazione con Claudio Cardelli e Gianluca Frinchillucci.

Tra i fondatori dell’Associazione Italia-Tibet, ha anche ricoperto la carica di presidente per i primi quattordici anni ed attualmente presiede l’Associazione “The Heritage of Tibet”, creata insieme a Giampietro Mattolin.

Amala, biografia autorizzata di Jetsun Pema, Madre del Tibet, sorella del Dalai Lama, non è da meno e si conferma come un prezioso tassello di quel mosaico che l’autore sta componendo nel corso della sua lunga, poliedrica, attività.

Pubblicato dalla giovane (è sorta nel 2021), meritoria, casa editrice Ubiliber, facente riferimento all’Unione buddhista italiana, il libro riesce a fornirci in modo efficace non solo un ritratto della straordinaria figura della sorella minore del Dalai Lama ma, insieme, uno spaccato di storia contemporanea.

Già nella toccante prefazione, concepita sotto forma di missiva, di Claudio Cardelli, anch’egli scrittore, viaggiatore, fotografo, documentarista nonché musicista e attivista da oltre trent’anni per i diritti del popolo tibetano, socio fondatore e attuale presidente dell’Associazione Italia-Tibet, si ha sentore dell’avventura di cui saremo partecipi.

Cardelli descrive infatti Jetsun Pema come una ottantaquattrenne, oggi in splendida forma, che a pieno titolo entra nel novero delle grandi donne a cavallo di due secoli: “Una donna che ha costruito dal niente una realtà come il TVC (Tibetan Children’s Village), garantendo ai giovani del Tibet in esilio una solida ossatura culturale, una formazione moderna nel rispetto dell’identità e delle tradizioni di una grande e particolarissima civiltà, una donna che ha donato alle giovani generazioni nate nell’esilio una profonda coscienza di che cosa è stato e di cosa potrà ancora essere il Tibet”.

Amala è l’appellativo con cui i tibetani si rivolgono, con affetto e riverenza, alla figura della madre. E Jetsun Pema lo è, a tutti gli effetti, per l’intero Tibet.

Nasce il settimo giorno del settimo mese dell’anno tibetano del drago-ferro (7 luglio 1940) in circostanze fortunose all’interno del magazzino del Norbulingka (Parco del Gioiello), a pochi chilometri da Lhasa, proprio mentre si sta svolgendo lo Shöton, tradizionale festival che fa convergere ogni anno compagnie teatrali e spettatori da ogni parte del Tibet.

La madre, Dekyi Tsering, ha già generato alcuni figli tra cui Lhamo Dhondup, riconosciuto all’età di due anni (è nato il 6 luglio 1935 a Takster, villaggio della regione tibetana dell’Amdo), dopo complesse ricerche e accurati esami, incarnazione del XIII Dalai Lama (che aveva lasciato il corpo, a cinquantasette anni, il 17 dicembre 1933).

Condotto a Lhasa, il bambino era stato insediato come XIV Dalai Lama il 22 febbraio 1940 con il nome di Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza.

Nel 1949 Jetsun Pema viene, intanto, mandata a studiare al St Joseph’ Convent di Kalimpong e l’anno seguente al Loreto Convent di Darjeeling. La sua storia si intreccia inevitabilmente con quella del Dalai Lama e del Tibet.

Il Paese delle Nevi, che ha attraversato momenti difficili prima che il nuovo Dalai Lama, considerata la giovanissima età, assumesse pieni poteri, è chiamato a fare i conti con le pretese annessionistiche cinesi. In Cina, una volta preso il sopravvento, i comunisti di Mao lasciano subito presagire la loro intenzione nei confronti del Tibet che, il 7 ottobre 1950, viene invaso.

Pechino mostra sin dalle prime fasi il suo vero volto. Il governo tibetano, di contro, gioca vanamente la carta del conferimento dei pieni poteri politici al Dalai Lama. Ad appena sedici anni, Tenzin Gyatso è costretto ad affrontare prove difficilissime. È il 17 novembre 1950.

La situazione è destinata a precipitare rapidamente. La Cina si fa sempre più arrogante. Ovunque i tibetani, nella propria terra, sono soggetti ad angherie e violazioni mentre il resto del mondo, a cominciare dalle Nazioni Unite, per timore di compromettere i rapporti con la potenza cinese, fa orecchie da mercante. La tragedia è appena cominciata. La tensione cresce quando, ai primi nel marzo 1959, i militari cinesi escogitano di invitare il Dalai Lama, da solo, senza alcuna scorta personale, nel quartier generale allestito a Lhasa. La notizia, che i cinesi volevano tenere segreta, si diffonde a macchia d’olio tra la popolazione che in numero considerevole si assiepa sotto il Norbulingka nel tentativo di proteggere l’amatissima guida.

Superate le prime esitazioni, il Dalai Lama, per evitare il peggio, e cioè che i cinesi commettano un’efferata strage, decide, in fretta e furia, di seguire, con i suoi, la via della fuga con lo scopo di perorare in esilio la causa del proprio popolo. Così, sotto false spoglie, riesce ad eludere i militari cinesi di guardia. Il viaggio verso il confine indiano è estenuante, proibitivo, condotto tra gli altissimi, gelidi, valichi himalayani tormentati da continue precipitazioni nevose e piogge torrenziali.

Finalmente, stremato, affamato, ammalato, a dorso di uno dzo (sorta di incrocio tra yak e bovino domestico), con il suo seguito, fa ingresso in India il 31 marzo 1959, accolto alla frontiera da sei militari d’origine gurkha.

Il primo ministro indiano Jawarhrlal Nehru, con cui si era già incontrato nel 1956, lo accoglie con un telegramma di benvenuto e lo rassicura sugli aiuti che si renderanno necessari. Tuttavia, lo stesso Nehru metterà le cose in chiaro precisando, nero su bianco, che, a causa dei rapporti con la Cina, non potrà mai sostenere la causa dell’indipendenza tibetana. Va detto, a questo proposito, che, prima di lasciare definitivamente il Tibet, il Dalai Lama aveva proclamato a Luntse Dzong, vicino al confine indiano, un suo governo in esilio e dichiarato che quello sarebbe stato l’unico legittimo organo legislativo tibetano.

A lui e al suo seguito viene comunque assegnato un intero edificio a Mussoorie, alle pendici himalayane, messo a disposizione dalla facoltosa famiglia indiana dei Birla. Qui Jetsun Pema, ventenne e prossima al diploma, approfittando delle vacanze scolastiche, può ricongiungersi alla famiglia e, insieme agli altri, apprendere notizie che fanno accapponare la pelle sul Tibet occupato dai cinesi.

Oltre diecimila tibetani erano stati massacrati dai militari invasori durante i tre giorni dell’insurrezione di Lhasa. Migliaia e migliaia erano stati catturati e detenuti in lager. Il Tibet, affidato alle mani di tre generali cinesi, era stato smembrato, frazionato, e il popolo sottoposto a “rieducazione” tramite i famigerati thamzing, veri e propri linciaggi pubblici in cui si veniva insultati, percossi, torturati.

Non avevo ancora le idee ben chiare”, ricorda Jetsun Pema, “ma sapevo che impegnarmi per la causa tibetana sarebbe diventato lo scopo della mia esistenza”.

Nel frattempo aumentano in numero esponenziale i profughi che pur di fuggire dal Tibet cinesizzato si spingono in India con viaggi rocamboleschi molti dei quali finiscono purtroppo in tragedia.

Ci si rende presto conto che l’esilio non sarebbe stato breve, come in un primo tempo si sarebbe potuto sperare. I tibetani che mettono piede in suolo indiano non conoscono altre lingue all’infuori della propria e devono misurarsi con diversi e gravi cambiamenti, a cominciare da quelli climatico, con il caldo indiano a cui non sono preparati. Sorgono emergenze igienico-ambientali e si paventa il rischio che da un momento all’altro possa scoppiare e diffondersi qualche focolaio epidemico.

Nehru, al di là delle minacce di pesanti ritorsioni avanzate dalla Cina, comprende l’importanza di varare un piano per favorire l’inserimento degli esuli in India.

Si sceglie, quindi, di spostare il Dalai Lama e il suo governo in un luogo più idoneo: Dharamsala, nell’Himachal Pradesh, e, in particolare, il sobborgo settentrionale di McLeod Ganj.

È qui che a partire dal 1960 viene a configurarsi un piccolo Tibet scampato al massacro. L’impegno prioritario è sottrarre al genocidio culturale dei cinesi un immenso patrimonio plurisecolare e trasmetterlo al mondo intero. Da qui si coordinano gli insediamenti sparsi in varie zone dell’India oltre che in Nepal e tra Sikkim e Bhutan. Ed è qui che si caratterizza l’instancabile attività di Jetsun Pema, a fianco del fratello nella prefigurazione di un Tibet autonomo depositario delle proprie tradizioni.

Scomparsa prematuramente, nel novembre 1964, la sorella maggiore, Tsering Dolma, che aveva creato la Nursery for Tibetan Refugee Children, le viene affidato l’incarico di continuarne l’operato: “quello che mi dava la forza per andare avanti, oltre a un sentimento di responsabilità nei confronti della memoria di mia sorella, era la consapevolezza che quei bambini rappresentavano il nostro futuro, il futuro della nostra cultura, del nostro popolo”.

Intanto, mentre si interroga su quale sia il migliore modello educativo da adottare per i giovanissimi profughi tibetani, nel Tetto del Mondo arriva la “Rivoluzione culturale” lanciata da Mao, con il suo carico di violenze, sangue, orrori. Quando l’ondata distruttiva delle Guardie rosse volgerà, nel 1976, al termine, il 99 per cento di seimila monasteri e templi è stato quasi del tutto ridotto in macerie. Biblioteche saccheggiate o incendiate, testi sacri utilizzati come carta d’imballaggio, monaci costretti ad indossare divise militari.

Nel frattempo, ispirata da una visione didattica riformatrice influenzata dalla Montessori, Jetsun Pema favorisce una campagna di adozioni a distanza per garantire la costruzione di alloggi per gli studenti e trasforma nel 1971 la Nursery nel Tibetan Children’s Village, con un corso di studi che arriva fino alla decima classe e consente già nel 1978 a diciotto ragazzi di diplomarsi e iscriversi ad università indiane.

Dopo la morte di Mao, le viene data la possibilità, nel 1980, di rivedere per tre mesi il Tibet, insieme ad una delegazione costituita da tre insegnanti, tre presidi e un fotografo, per verificare il livello della didattica imposta lì dal regime di Pechino. I visitatori si trovano di fronte ad una situazione drammatica, peggiore di quella che immaginavano. Ovunque dominano desolazione, miseria, povertà. Addirittura vengono a sapere che alcuni dei monaci incontrati in un monastero sarebbero stati ricondotti nei campi di lavoro non appena loro sarebbero partiti.

Constatano che l’insegnamento in Tibet della lingua e della cultura tibetana non è contemplato e l’idea stessa di istruzione nel Tibet occupato dai cinesi è una farsa. Nonostante i controlli, la gente, affranta ma non rassegnata, accoglie la delegazione con incredibile tributo d’affetto. Tutti vogliono vedere la sorella del Dalai Lama, ognuno ha da raccontare una storia di vessazioni.

Il Tibetan Children’s Village, in India, continua intanto a progredire e vengono aperte succursali. Dopo la scomparsa della madre, Jetsun Pema riceve un altro duro colpo dalla perdita, in un incidente stradale, del marito, Lhundup Gyalpo. Si sposerà nuovamente qualche anno dopo con Tempa Tsering, ex funzionario dell’Ufficio del Dalai Lama che ricoprirà incarichi di primo piano nel governo tibetano in esilio.

Nel 1990 il Dalai Lama, cui nel 1989 viene conferito il Premio Nobel per pace, facendosi promotore di un autentico processo di democratizzazione della politica dei profughi tibetani, annuncia di non intendere assolutamente interferire nella scelta dei componenti del Parlamento tibetano in esilio fa indire libere elezioni. Successivamente annuncerà anche di non volere continuare ad essere leader politico dei tibetani.

In questo contesto decisamente innovativo, Jetsun Pema diviene la prima donna tibetana ad essere ministro. Le viene infatti assegnato il Dicastero dell’Educazione e della Salute. Rieletta l’anno seguente, non si sente però a proprio agio in quel ruolo e, nonostante abbia svolto un ottimo lavoro, ottenendo ad esempio per gli studenti tibetani esiliati in India la possibilità di seguire nelle scuole statali corsi di tibetano con i libri di testo procurati dal Tibetan Children’s Village, rassegna per tre volte le dimissioni finché non vengono accettate. Sente la necessità di continuare il lavoro didattico per cui ha vocazione.

Nel 2005 la rottura di un aneurisma nel cervello causa la perdita di Kelsang Yangzom, la seconda dei tre figli avuti con il primo marito. È un altro grave lutto e nel 2006, a sessantasei anni, quarantadue dei quali trascorsi nella direzione del TVC, ritiene giusto passare il testimone al vertice dell’istituzione scolastica. Le subentrerà Tsewang Yeshi che ha lavorato nel TVC per oltre venticinque anni. Tuttavia, non esaurisce il proprio impegno e continua a portare avanti progetti come quello per la realizzazione di un’università tibetana a Bangalore.

Nel 2018 le viene conferito il Nari Shakti Puraskar, la più importante onorificenza, istituita nel 1999, assegnata annualmente dal governo indiano l’8 marzo, tramite il Ministero delle donne e dello sviluppo infantile, per l’attività svolta a favore dell’emancipazione femminile e all’uguaglianza di genere in India. Questa la motivazione: “La signora Jetsun Pema ha dedicato la sua vita ai bambini tibetani rifugiati dal 1964. Con l’assistenza del governo indiano e di altre organizzazioni filantropiche, Jetsun Pema ha fondato un totale di dieci scuole residenziali, diciassette scuole diurne, tre istituti di formazione professionale, tre ostelli per studenti universitari e un college, sparsi in tutta l’India. Finora cinquantaduemila studenti, di cui il 50 percento rifugiati tibetani, si sono diplomati presso le sue istituzioni. Oltre ai bambini tibetani, le sue istituzioni impartiscono istruzione anche ai bambini delle regioni himalayane”. Lei, com’è nella sua natura, si schermisce: “Non si deve mai dimenticare che gli indubbi risultati positivi che abbiamo raggiunto non sono esclusivamente merito mio…ma dell’intero gruppo che in questi lunghi decenni ha lavorato per realizzare quanto Sua Santità ci chiese nel lontano 1961”.

L’anno seguente lo stesso Dalai Lama, lanciando ufficialmente il SEE Learning, Social Emotional Ethical Learning, programma pedagogico, da lui predisposto, basato sulla tolleranza e sull’apertura all’altro, sosterrà l’importanza che l’educazione si prefigga di rafforzare l’empatia sin dalla più tenera età, auspicando la speranza che l’attuale possa caratterizzarsi come un secolo di nonviolenza. Purtroppo, come stiamo assistendo, non sembra che il mondo stia procedendo nella giusta direzione ma impegno e motivazione devono indurci a fare nostro il meraviglioso anelito di Sua Santità.

Del resto”, aggiunge in merito Jetsun Pema, “noi tibetani sentiamo che essere gentili, compassionevoli, capaci di aiutarsi reciprocamente costituisce l’essenza della nostra cultura in quanto praticanti buddhisti o, comunque, esseri spirituali”. E al convegno “Forever Tibet”, svoltosi a Milano due anni fa nei locali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, sottolineerà che il vero messaggio dei tibetani risieda nel “prendersi cura gli uni degli altri, vivere rispettando la natura, essere consapevoli di quanto ci circonda”.

Concepito come un intenso lavoro cinematografico che prende le mosse dalla casuale visione, nel 1972, a McLeod Ganj, da parte di due giovanissimi italiani (Verni e un suo amico), ancora ignari, come un po’ tutti a quei tempi in Occidente, della tragedia tibetana, del transito dell’auto, con a bordo la sorella del Dalai Lama, su una strada che un gruppo di lavoratori tibetani stava cercando di asfaltare (al passaggio gli operai deposero a terra gli attrezzi e si inchinarono a mani giunte), Amala si conclude con l’assegnazione a Jetsun Pema, in Virginia nel 2024, dell’ambito Pearl S. Buck Award, attribuito alle donne che incarnano gli ideali della scrittrice (1892-1973), prima donna americana a ricevere nel 1938 il Nobel per la letteratura.

E a riecheggiare sono ancora una volta le parole, che dovremmo tutti scolpire nei nostri cuori, della Madre del Tibet: “Essere amichevoli, essere onesti, essere compassionevoli”.