Recensione – Dzogchen e Natura della Mente di Lopon Tenzin Namdak Rinpoche

Lasciare le cose come sono

di Francesco Pullia

Dzogchen e natura della mente (Il lupo della steppa, 2026) propone due interviste rilasciate a Henri M. Vyner da Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoche* (1926 – 2026), tra le maggiori autorità in materia, considerato ultimo anello di una catena di trasmissione fiorita nell’antichissimo regno dello Shang Shung e fatta risalire direttamente a Tönpa Shenrab (secondo la tradizione Yungdrung Bön, preesistente in Tibet all’arrivo del Buddhismo, si tratta del Buddha primordiale più di mille anni antecedente a Buddha Sakyamuni).

Tradotto da Cristiana e Andrea Melis, con la prefazione di Khenpo Gelek Jinpa** e un’introduzione dello stesso Vyner, il libro risulta di grande utilità non solo per chi segue gli insegnamenti Dzogchen.

La prima parte, contenente una conversazione avvenuta nel settembre 1994, verte sul trekchö, cioè sul dimorare del praticante nello Stato Naturale della mente. Ciò si ottiene quando si perviene al rigpa, vale a dire si oltrepassa la visione dualistica in cui la mente ordinaria è invischiata e si coltiva una consapevolezza del tutto aperta, autorealizzata, non egocentrata, al di là delle nozioni di essere e non essere e degli ingannevoli tranelli della soggettività.

Lopön Tenzin Namdak è estremamente chiaro. Se si prova a scorgere la sorgente della mente, non la si potrà trovare. Osservatore e oggetto osservato, infatti, si dissolvono simultaneamente e a restare è una consapevolezza ineffabile, indicibile a parole.

Nessun pensiero, nessuna emozione, nessuna sensazione. Una volta che si acquisisce il rigpa, consapevolezza non duale, i pensieri svaniscono da soli nel momento stesso in cui si presentano. Che fare, dunque, per concentrarsi in questa condizione? La risposta è di una radicalità impressionante: “Non si deve fare nulla. Solo lasciare le cose così come sono. Se provi a fare qualcosa, qualsiasi cosa, non sei nello Stato Naturale”. Non bisogna, quindi, intervenire sui fenomeni perché questi sono dovuti all’illusione che “tutte le cose nell’universo esistano in sé” mentre tutto è vuoto, così come d’altronde la stessa consapevolezza. Quello che occorre, invece, è abbandonare ogni cosa. Quel che accade, accade. I pensieri, come le nuvole, se ne vanno così come arrivano, non dobbiamo seguirli, preoccuparcene. Non ha neanche senso discriminare tra pensieri positivi e pensieri negativi, in quanto, in realtà, essi sono “il medesimo pensiero, condividono la medesima qualità, la stessa natura”.

Anche nella seconda intervista, del giugno 1997, il maestro insiste sulla necessità di non intervenire, in alcun modo, su quanto si manifesta. A differenza della meditazione vipassana, che prevede una specifica concentrazione, nel trekchö non c’è alcuna forma di concentrazione. “La meditazione dello Dzogchen – secondo Lopön Tenzin Namdak – opera sulla premessa secondo la quale se si lascia la mente nello Stato Naturale, essa si trasformerà spontaneamente in una mente priva di ego, come un serpente che si libera spontaneamente dai propri nodi”.

Il radicale passaggio dal dualismo ad una mente non-duale è l’Autoliberazione (rangdrol in tibetano), la “spontanea trasformazione delle apparenze interne, o visioni nelle loro forme vuote”. Poiché tutto, come abbiamo detto, è vuoto, ciò che sorge e ci si presenta innanzi è destinato a liberarsi nella vacuità da cui proviene. Ogni cosa, essendo di per sé completamente vuota, non può che dissolversi.

*Tenzin Namdak =detentore completamente puro degli insegnamenti, Lopön =insegnante principale di un’istituzione monastica, incaricato d’istruire i nuovi monaci sia sul Dharma che sul Vinaya (codice di comportamento all’interno della comunità). Appartiene alla tradizione del monastero di Menri, i cui abati (Menri Trizin o detentori del trono di Menri) vengono scelti per estrazione anziché per reincarnazione. Yongdzin = titolo onorifico dato di solito a chi sovrintende all’istruzione di alti lama reincarnati, Rinpoche = prezioso, titolo onorifico riservato non soltanto a lama di cui è stata riconosciuta la reincarnazione ma anche a maestri degni di grande rispetto per l’elevato livello di conoscenza.

**Khenpo = abate, in genere amministratore capo del monastero e monaco più anziano cui spetta, tra l’altro, il compito di conferire i voti ai novizi. Nato nella regione tibetana del Kham nel 1967, Khenpo Gelek Jinpa è l’abate di Shenten Dargye Ling (= il monastero dove fiorisce l’insegnamento di Tönpa Shenrab), il più importante centro europeo di Yungdrung Bön, fondato nel 2001 da Yongdzin Lopön Tenzin Namdak Rinpoche a Blou, nella Francia occidentale.



Lopon Tenzin Namdak Rinpoche