“Cosa ne è del Tibet a quasi ottant’anni dall’invasione cinese, avvenuta il 7 ottobre 1950? E quando oggi si parla di Tibet ci si riferisce alla Shangri-La immaginata da James Hilton nel suo “Orizzonte Perduto“? O allo sterminato altopiano, affascinante e misterioso incastonato tra le vette più alte del pianeta, attraversato e descritto, tra gli altri, da Alexandra David-Neel, Giuseppe Tucci, Fosco Maraini, Heinrich Harrer? O alla Regione autonoma disegnata e frammentata da Pechino e ferreamente assoggettata al suo potere politico? O ancora a quell’arcipelago di insediamenti creati nell’esilio (soprattutto in India e Nepal) dal popolo dei rifugiati tibetani guidati da Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama e premio Nobel per la Pace nel 1989, in cui si cerca a tutti i costi di salvare dall’annientamento il patrimonio di una tradizione millenaria, fondata prevalentemente sull’antica religione Bön e sul Buddhismo di tradizione vajrayana?
Sono domande a cui cerca di rispondere il giornalista e scrittore Piero Verni in un interessante articolo dal suggestivo titolo pirandelliano Uno, nessuno, centomila Tibet, che apre una monografia interamente dedicata al Paese delle Nevi appena edita da “The Passenger“, rivista della casa editrice Iperborea. Una monografia che ha molti meriti, a partire dal non concedere alcuno spazio al melenso stereotipo new age di un Tibet paradisiaco scrigno di ogni meraviglia e di ogni mistero. Come si evince dalla lettura di molti dei contributi pubblicati in questo testo, il Tibet non era un paradiso terrestre quando era indipendente ma ancor meno era l’inferno medievale di cui parla la propaganda cinese.
Per dirla con le parole dello stesso Dalai Lama, citate da Verni nel suo pezzo: «Certo, diverse cose andavano cambiate nell’antica società tibetana… alcuni aspetti della vita del Tibet tradizionale dovevano adeguarsi al mondo contemporaneo e se ne avessi avuto la possibilità avrei sollecitato io stesso numerosi cambiamenti assolutamente indispensabili. Detto questo, bisogna ricordare che, nonostante tutti i problemi che avevamo, la gente era felice di vivere in quel mondo, in quella struttura sociale. E non sono unicamente io a dirlo… non è solo il parere del Dalai Lama. Lo testimoniano innumerevoli resoconti di viaggiatori occidentali e poi, soprattutto, lo testimoniano i volti dei tibetani che possiamo ancora oggi vedere nelle fotografie dell’epoca. Sono i volti della gente umile, povera, dei contadini, dei pastori, dei nomadi del vecchio Tibet. I loro sguardi sono quelli di gente serena, sempre sorridente e pronta ad accogliere con curiosità e simpatia il visitatore straniero».
Cosa che certamente non si può dire del Tibet odierno occupato da Pechino. Dove, come opportunamente ricorda un box di “Passenger“, dal 2010 ad oggi oltre 160 persone di ogni età, sesso e condizione sociale, si sono sacrificate auto immolandosi con il fuoco per protestare contro l’occupazione cinese. L’ultimo di questi martiri, Lobsang Rangzen, è spirato cospargendosi di benzina il 2 luglio di quest’anno a New York, davanti alla sede Nazioni Unite.
Quindi il Tibet. O meglio i Tibet. Di quello occupato dai cinesi ne parla, in un’intervista concessa a Judith Hertog, lo scrittore Jamyang Norbu, forse il più noto intellettuale dell’esilio tibetano, che tra l’altro afferma: “L’impero cinese è fragile perché si regge sull’oppressione. In una democrazia ci sono canali attraverso cui le persone possono esprimere il proprio malcontento e, in una certa misura, si possono affrontare anche le ingiustizie. Ma in Cina queste valvole di sfogo non esistono. Se l’oppressione supera un certo limite, rischia di crollare tutto. Se l’impero dovesse sfaldarsi, credo che potrebbero nascere forme di democrazia nelle entità più piccole rimaste. In fondo ogni provincia cinese è grande quanto uno stato europeo e molte regioni in origine avevano lingue e culture proprie. Potrei immaginare un Sichuan democratico o un Guangdong democratico. E non sono l’unico a dirlo. Ci sono dissidenti e scrittori cinesi, come Liao Yiwu, che hanno chiesto la fine dell’impero. Il problema di fondo è l’eredità imperiale. Un impero così grande e potente non lascia spazio all’autodeterminazione locale. Tende a uniformare tutto, pretende che tutti si sottomettano al governo centrale. Gli abitanti di Taiwan e Hong Kong hanno capito che è meglio non far parte della Cina e anch’io, come molti altri, continuo a sperare che un giorno l’impero si disgreghi. Per questo i tibetani devono continuare a lottare e a pensare a lungo termine. Possiamo farcela, se riusciremo a mantenere viva la nostra cultura”.
E ad un Tibet non ridotto a mera astrazione, fanno appello i giovani tibetani che in un ampio articolo di Oliver Schulz manifestano dubbi e ansie insieme al desiderio di innestare la propria tradizione nel solco della contemporaneità. Colpisce, in tal senso, un’emblematica affermazione: “Non tutto deve rimanere com’era un tempo, ma il cuore di questa cultura non deve spegnersi”. “Da un lato”, confessa Kalsang Choyulpa, tibetana nata in Svizzera nel 1999 e appartenente, quindi, alla terza generazione dell’esilio, “considero importante il contatto con la generazione più anziana. In quale altro modo la terza generazione nata in esilio potrebbe imparare la propria cultura? Dall’altro, la cultura tibetana, e più in generale l’intera società, deve muoversi al passo con i tempi occidentali e diventare più aperta sotto alcuni aspetti, affinché anche le giovani generazioni desiderino continuare a preservarla”.
La scrittrice tibetana (ma che vive a Pechino) Tsering Woeser si sofferma sulla circumambulazione rituale del monte Kailash come sfida all’asfissiante controllo politico esercitato dai cinesi: “ogni monastero in cui sventola la bandiera rossa a cinque stelle deve anzitutto essere guidato da una persona politicamente affidabile. A livello quotidiano esistono poi innumerevoli regole: le predicazioni devono essere registrate, le cerimonie religiose devono ottenere un’approvazione e, oltre a studiare il Regolamento sugli affari religiosi, ai monaci è richiesto di imparare il cinese mandarino. Attraverso questo processo di addomesticamento si finisce per sottostare alle decisioni del Partito riguardo alla selezione dei lama reincarnati e in ogni tempio o cella monastica devono essere esposte le fotografie dei dirigenti del Partito comunista cinese. Questo costituisce ormai il paesaggio dei monasteri”.
Mentre il poeta cinese Liu Waitong si chiede in che modo il Tibet odierno possa, con il suo fascino insostituibile, configurarsi come eterotopia. E aggiunge: “Forse la risposta va cercata nella realtà e nelle crepe della narrazione ufficiale cinese”.
Inoltre, il restauratore, fotografo e pittore Luigi Fieni descrive la propria esperienza ventennale in Mustang, dove ha lavorato al restauro di importanti pitture di alcuni antichi monasteri buddhisti.
Assolutamente da segnalare infine, la testimonianza del sociologo tibetano Gyal Lo che racconta nel dettaglio le drammatiche conseguenze dell’imposizione della lingua cinese nella scuola dell’obbligo. “I bambini”, scrive, “perfino i più piccoli, sono allontanati dalle loro famiglie e dalle loro comunità per essere inseriti in istituti dove la loro quotidianità è completamente riorganizzata. Ai ritmi della vita domestica si sostituiscono orari rigidi. La lingua delle loro madri e dei loro nonni viene gradualmente cancellata da un’altra. Le storie, i canti e le sottili modalità del sapere che un tempo modellavano il loro mondo interiore a poco a poco scompaiono nella routine che regna in quel genere di istituti. Ricordo di aver parlato con famiglie che descrivevano quel cambiamento silenzioso e sotterraneo: un figlio che, tornato a casa, esitava a parlare tibetano, un altro che ha completamente dimenticato rituali o usanze che un tempo erano stati per lui del tutto naturali. Non si tratta di rotture clamorose, bensì di una catena di piccoli mutamenti”. E, non senza preoccupazione, confessa: “A volte mi chiedo cosa significhi tutto questo per l’intera regione. Quando un sistema sociale e culturale viene rimodellato con tale rapidità, gli effetti non possono essere limitati. E si riverberano all’esterno, creando nuove tensioni, nuove incertezze. Per il Tibet, le conseguenze sono particolarmente gravi. In gioco non c’è solo la nostra sopravvivenza politica, ma tutto ciò che nel corso della storia ha contribuito a formare l’identità del popolo tibetano: lingua, religione, vita comunitaria”.
Accanto a questi significativi interventi la rivista ospita inoltre le segnalazioni a cura di Filippo Scianna, presidente dell’Unione buddhista italiana, della quarta edizione del libro di Piero Verni Il sorriso e la saggezza-Dalai Lama biografia autorizzata (Nalanda 2025), del celebre film del 1997 Kundun di Martin Scorsese e del disco Coming home inciso da Yungchen Lhamo nel 1998 per la Real World di Peter Gabriel. Segue una playlist proposta dal musicista Song Yuzhe cui può senz’altro collegarsi uno studio molto interessante, di Giuditta Albanese e William Washburn sul canto armonico tibetano che apre la monografia. Una puntuale serie di box fanno da importante corollario ai contributi di Verni, Norbu, Woeser, Waitong, Fieni, Gya Lo e contribuiscono a fornire un quadro assolutamente esauriente della Civiltà tibetana e della sua situazione attuale. Sarebbe troppo lungo segnalarli tutti in questa sede, ma almeno di uno ne voglio parlare.
Si tratta di “Sfruttamento verde“ (pg. 106 e 107 della rivista) in cui in maniera sintetica ma estremamente precisa si racconta dello spregiudicato sfruttamento da parte di Pechino delle risorse idriche tibetane, che di fatto costituiscono la maggiore riserva al mondo di acqua dolce al di fuori dei poli Nord e Sud con gli otto sistemi fluviali più grandi del pianeta che nascono proprio dai ghiacciai dell’altopiano.
Ottimo lavoro quindi, redazione di “The Passenger“ e oltre al plauso anche un sentito grazie da parte di un vecchio amico del Tibet e del suo popolo.