Scienza e filosofia nei classici buddhisti indiani.
Monumentale opera voluta dal Dalai Lama per promuovere una conoscenza inclusiva
di Francesco Pullia
All’instancabile e lungimirante attività del Dalai Lama si deve la realizzazione di un’opera, tanto ambiziosa quanto necessaria, volta ad approfondire il rapporto tra pensiero occidentale e India classica, con lo scopo di ampliare un orizzonte, dichiaratamente eurocentrico, che risulta ormai troppo angusto, logoro, enfaticamente ed erroneamente appiattito sull’esaltazione del mondo greco come base dell’indagine filosofica e scientifica. In tal modo s’intende dare una spinta importante ad una comprensione globale della storia delle idee nella direzione di un sapere inclusivo più vasto che oltrepassi limiti dettati, nel corso del tempo, da insussistenti preconcetti.
Già quarant’anni fa, Martin Bernal con la controversa “Atena nera” si prefisse di smantellare l’impianto secondo cui la grecità avrebbe costituito il fondamento della civiltà classica. Per lo storico inglese, infatti, l’antica Grecia non sarebbe stata affatto originaria rispetto ad altri modelli culturali, come l’asiatico e l’africano. Al contrario, ne avrebbe ereditato le articolate elaborazioni.
Al di là delle questioni aperte, risulta evidente l’importanza di rivedere paradigmi e superare inconcepibili steccati mostrando, anche alla luce di studi comparati, come la storia della cultura sia caratterizzata non da chiusure assolutistiche ma da una fitta, complessa, affascinante rete di collegamenti e rimandi costituitisi nonostante distanze geografiche solo apparentemente incolmabili.
Non è una novità che il buddhismo abbia di gran lunga anticipato gli esiti della fisica quantistica e del relativismo occidentali o che, da secoli, abbia appurato l’interazione tra cervello, corpo e contesto ambientale e l’influenza, oggi presa seriamente in considerazione dagli studi biomedici più avanzati, dei microrganismi sui nostri stati fisici e mentali.
A quest’ottica di allargamento culturale sono riconducibili i quattro volumi dedicati a “Scienza e filosofia nei classici buddhisti indiani”.
Curati da Thupten Jinpa, sotto la supervisione dello stesso Dalai Lama, ne sono stati finora pubblicati tre in italiano dalla prestigiosa casa editrice Ubaldini, nella traduzione di uno studioso particolarmente qualificato come Fabrizio Pallotti, traduttore ufficiale italiano della guida spirituale tibetana.
Il primo tomo, di oltre quattrocento pagine, reca una dettagliata introduzione del Dalai Lama, le premesse di Thupten Jinpa, Ian Coghlan, Fabrizio Pallotti nonché la prefazione scientifica, intitolata Le basi della coscienza tra buddhismo e scienza occidentale, di Angelo Gemignani, ordinario di psicobiologia e psicologia fisiologica all’Università di Pisa. Edito nel 2021, è incentrato sul mondo materiale e suddiviso in sei parti riguardanti rispettivamente la metodologia, gli oggetti materiali, le particelle sottili, il tempo, il cosmo e i suoi abitanti, lo sviluppo fetale e i canali, i venti, le gocce.
Il secondo, edito nel 2023, supera cinquecentoventi pagine e si occupa invece della mente e del suo potenziale di trasformazione. Si prendono, dunque, in considerazione la natura della mente, le coscienze sensoriali, il concettuale e il non concettuale, il valido e l’errato, i fattori mentali, le menti grossolane e quelle sottili nelle tradizioni condivise e nel Tantra dello yoga supremo, la mente in relazione ai suoi oggetti, la settuplice tipologia della cognizione (cioè cognizione distorta, dubbio, intuizione corretta, cognizione inferenziale, cognizione successiva, percezione diretta, percezione indeterminata), il ragionamento inferenziale, l’addestramento mentale attraverso la meditazione.
“È di vitale importanza”, come auspica il Dalai Lama, “che la scienza della mente sia al più presto inserita tra i campi della ricerca: le scoperte della scienza contemporanea, che indaga i differenti tipi di esperienze sensoriali studiando il cervello, si arricchirebbero enormemente aprendosi a una comprensione più vasta e dettagliata”. E ancora: “Se il nostro scopo è promuovere la felicità umana, abbiamo una vera opportunità di perseguire un nuovo tipo di scienza che esplori i metodi per incrementare la felicità, mettendo in correlazione la scienza contemporanea con le scienze contemplative della mente”.
Ecco quindi l’intenzione prioritaria del lavoro promosso: privilegiare l’affermazione di un’etica secolare, autenticamente universale, che non si appelli a dogmi religiosi ma sia valevole per tutti e si fondi espressamente su gentilezza, empatica compassione, solidarietà, tolleranza, valori insiti nella natura umana. A questa promozione devono concorrere scienza e filosofia.
Arricchita da un’introduzione del Dalai Lama e da un ampio saggio di Donald S. Lopez jr., docente di Studi buddhisti e tibetani all’Università di Michigan, è da poco in libreria la versione italiana del terzo volume.
Si tratta di un vero e proprio compendio che, in più di quattrocento pagine, propone un’indagine dettagliata delle scuole filosofiche indiane, sia di quelle antecedenti il buddhismo (come le hindu Sāṅkhya, Yoga, Vaiśeṣika, Nyāya, Mīmāṃsā, Vedānta, quella Jaina, nonché la scuola materialista Lokāyata) che delle principali buddhiste originatesi in India (Vaibhāṣika, Sautrāntika, Cittamātra (o Yogācāra), Madhyamaka).
È annunciata la prossima pubblicazione, nella traduzione italiana, dell’ultimo testo, il quarto, che analizzarà questioni centrali come le due verità (le convenzionali e le ultime), la natura del sé, la logica, l’epistemologia, il rapporto tra parole e significato.
I filosofi, sostiene il Dalai Lama, sono coloro che cercano di “aprire le porte alla comprensione delle dimensioni più nascoste del mondo”. Sin dall’inizio della sua diffusione il buddhismo ha messo l’accento sull’anātman, cioè sull’assenza di sé, sulla mancata autosussistenza di ogni aspetto del reale, Nulla è indipendente, tutto, al contrario, è interdipendente, impermanente, vuoto, privo di un sé. Ciò ha costituito un discrimine con le visioni indiane non buddhiste nonostante la comunanza di diversi termini.
Più volte si è insistito sul legame, non soltanto per quanto riguarda l’elaborazione filosofica, tra la cultura indiana e quella tibetana.
Basti considerare l’imponente corpus tibetano del Kangyur e del Tengyur, con i suoi 5892 testi prevalentemente tradotti dal sanscrito. Grazie a queste raccolte si è potuto tramandare e studiare il patrimonio di sutra e tantra nonché trattati di autori come Nāgārjuna, fondatore della scuola Madhyamaka e sostenitore della dottrina della vacuità, tra i diciassette maestri che contribuirono a rendere Nālandā la più importante università buddhista dell’India antica.
Le scuole filosofiche indiane, di cui viene attribuita la primogenitura a quella del Sāṃkhya, possono essere considerate come parti di un percorso ascendente. Nonostante le profonde divergenze tra non buddhiste e buddhiste, questo terzo tomo attesta come tutte si siano prefisse la liberazione dalla sofferenza anche se il buddhismo, con la sua articolazione della via di mezzo e le feconde incursioni e implicazioni in svariati campi del sapere, fornisce l’apporto più ricco e stimolante ad una visione del mondo basata su apertura e interrelazione.