Recensione – Madhyamaka, la via di mezzo per giungere alla comprensione della vacuità del tutto.

Madhyamaka, la via di mezzo per giungere alla comprensione della vacuità del tutto.

Una preziosa collana curata da Fabrizio Pallotti per fare conoscere i maestri buddhisti indiani

di Francesco Pullia

Per secoli (a partire dal V d.C.) Nālandā fu il più importante centro universitario dell’antica India e probabilmente al mondo. Sorto nella regione di Magadha, oggi Bihar, si sviluppò fino ai primi del XIII sec., quando venne incendiato e raso al suolo dagli invasori musulmani.

Per avere un’idea della grandezza e importanza di questo luogo di studio, approfondimento e diffusione del buddhismo, basti considerare che nel periodo di massimo splendore, contava oltre cento aule di insegnamento, undici monasteri, trecento dormitori e ospitava più di tremila studenti ammessi dopo esami particolarmente rigorosi.

Vi insegnavano, confrontandosi in appassionati dibattiti, i maggiori dotti e sapienti. Qui, tra l’altro, nel VII sec. d. C., ci fu la celebre disputa tra Candrakīrti e Candragomin e sempre qui, nell’ VIII, Śāntideva scrisse il Bodhicharyāvatāra, capolavoro in cui si descrive il cammino del bodhisattva, cioè di colui che, nonostante abbia conseguito l’illuminazione, mosso da profonda compassione, decide di rinunciare ai benefici della condizione raggiunta per aiutare tutti gli esseri senzienti a liberarsi dal giogo della sofferenza che caratterizza e condiziona il ciclo delle esistenze.

Con lo scopo di fare conoscere i testi più importanti dei maestri della tradizione di Nālandā, è nato il progetto editoriale “I grandi classici dei maestri indiani”.

Curato da Fabrizio Pallotti, tra i maggiori esperti di cultura tibetana e traduttore ufficiale in italiano del Dalai Lama, scaturisce da una collaborazione tra la casa editrice Nalanda e l’Associazione Manjushri Lotsawa, con il sostegno dell’Unione buddhista italiana, dell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, della Fondazione per la preservazione della tradizione mahayana (FPMT), tra cui il Centro Tara Bianca di Genova e, soprattutto, l’entusiastico avallo della stessa guida spirituale.

Nel 2022 le edizioni Nalanda hanno pubblicato il primo libro di questa collana pregevole e particolarmente importante non soltanto per chi è dedito al buddhismo. S’intitola Madyamaka e comprende opere di Nāgārjuna (40 €), il primo dei diciassette pandita (maestri) di Nālandā, scelte e tradotte da Fabrizio Pallotti con prefazione del Dalai Lama e commenti trascritti da insegnamenti impartiti in varie occasioni principalmente a Dharamsala. Si tratta di scritti contenuti negli oltre duecento volumi che compongono il Tengyur, la grande raccolta con cui i tibetani hanno collezionato e tramandato, traducendoli dal sanscrito, i preziosi testi degli antichi maestri (l’altra è costituita dal Kangyur che raccoglie i sūtra e i tantra attribuiti direttamente alla trasmissione del Buddha).

Sono proposti, in particolare, Una preziosa ghirlanda di consigli per il re, in una nuova versione impreziosita dall’apporto del Dalai Lama, e, per la prima volta in italiano, Commentario alla mente dell’illuminazione e Lode a rendere felici gli esseri senzienti. Studiare attentamente queste pagine consente di comprendere appieno il significato della via di mezzo (Madhyamaka), visione che oltrepassa gli opposti estremi dell’eternalismo e del nichilismo, e della vacuità (śūnyatā), con cui si sottolinea l’assenza di una natura intrinseca in tutti i fenomeni e si promuove la comprensione della realtà come interdipendente e priva di sostanzialità autonoma. Su di esse Nāgārjuna si soffermò insistentemente e con grande efficacia inficiando le precedenti concezioni ontologiche. Nulla, ci viene spiegato, è come appare, possiede una propria natura intrinseca. È l’ignoranza, nel senso di distorta modalità cognitiva, a procurarci l’illusorietà che ogni cosa (compresi noi stessi) sia dotata di una propria, indipendente, identità. Al contrario, la saggezza conduce alla comprensione della realtà del sorgere dipendente, concatenato, che caratterizza ogni aspetto fenomenico.

La via di mezzo va ben al di là del dualismo concettuale affermazione-negazione che pretende di fornire fondamento (illusorio) alla soggettività e la vacuità non intende ribadire altro che la co-originazione dipendente compresa e insegnata dal Buddha.

A ben vedere, nella profondità di questa visione non si può non riscontrare una geniale anticipazione della serrata critica che, secoli dopo, in Occidente, Nietzsche muoverà senza alcuna remora al concetto, enfaticamente centrale nelle religioni monoteiste e in gran parte del razionalismo, di persona come nucleo identitario. Nietzsche ne denuncerà il carattere mistificatorio, equiparando persona a mascheramento. Ma già prima di lui, nel XIII secolo, Meister Eckhart aveva sostenuto l’insussistenza di ogni singolarità. Ad ogni modo, dalle premesse smantellatrici nietzscheane si sarebbe avviato l’antisoggettivismo della filosofia contemporanea che, attraverso Heidegger, sarebbe transitato per l’esperienza simulacrale descritta da un lato da Klossowski e Bataille, dall’altro da Baudrillard e Perniola, passando per le disamine del cosiddetto pensiero della differenza (certamente Deleuze e Guattari ma soprattutto il decostruttivismo di Derrida). L’io è menzognera costruzione, mera designazione.

La pubblicazione in questi giorni, sempre per conto di Nalanda, di un altro libro, intitolato Madhyamaka. Gli stadi di meditazione di Kamalaśīla (30 €) fornisce un ulteriore apporto all’approfondimento della tradizione buddhista indiana.

È stato curato anche stavolta da Fabrizio Pallotti, con il commentario fornito dal Dalai Lama al volume intermedio dei tre composti dal grande maestro indiano. Vissuto tra il 740 e il 795, formatosi all’università di Nālandā, Kamalaśīla è considerato tra i maggiori esponenti dell’indirizzo Yogācāra-Svātantrika Madhyamaka.

Gli scritti qui presentati risalgono al contraddittorio, alla presenza del sovrano tibetano Trisong Detsen, tra Kamalaśīla e Haishang Moheyan, un monaco cinese sostenitore la realizzazione simultanea, secondo cui per raggiungere la buddhità bastava interrompere l’attenzione mentale e praticare il calmo dimorare (śamatha). Ricorrendo alla logica e appellandosi ai sūtra, Kamalaśīla dimostrò l’insufficienza di tale concezione che non eliminava affatto la concezione del sé, radice del saṃsāra e, quindi, dell’attaccamento e del dolore mentre occorreva la saggezza che si può conseguire gradualmente integrando metodo e saggezza, śamatha e visione speciale data dalla vipaśyanā e coltivando la grande compassione (karuna bhavana). Particolarmente efficace nel commentario del Dalai Lama una citazione tratta da Candrakirti che vede nel sé un autentico demone mentale