Il libro del tè di Okakura Kakuzo.
Nella tazza si cela il nostro riflesso
di Francesco Pullia
Quando, circa cinquant’anni fa, “Il libro del tè” di Okakura Kakuzo (1862-1913) apparve per la prima volta, nella traduzione italiana di Piero Verni, per le edizioni SugarCo, cominciavano a manifestarsi grande interesse e fascinazione per la spiritualità orientale.
Nel solco tracciato un ventennio prima dalla cosiddetta Beat generation, Ginsberg in primis, e da filosofi come Alan Watts, si guardava con forti motivazioni ad orizzonti culturali e stili di vita alternativi a quel consumismo occidentale onnipervadente criticato da Marcuse come unidirezionale e analizzato severamente dal pensiero francofortese di Adorno e Horkheimer.
In una generazione delusa dalla deriva ideologica della contestazione sessantottesca si avvertiva un’attenzione del tutto particolare per un autentico cambiamento interiore che potesse positivamente rispondere a schematismi e settarismi tutt’altro che affrancanti.
Quanti desideravano davvero sottrarsi alla mefitica cappa di visioni irrigiditesi in categorie chiuse e limitanti si volsero, dunque, verso sentieri di non certo facile percorribilità ma che aprivano spiragli innovativi rispondenti ad un’esigenza di profondo rinnovamento e allargamento della coscienza.
Si scoprirono così autori che avevano senza remore concepito l’indagine introspettiva in una sorta di alambicco dove avviare e compiere alchemica trasmutazione.
Di qui la lettura di antichi maestri sapienziali e di Hesse, Huxley, Castaneda, Krishnamurti, Daisetzu Teitaro Suzuku nonché la considerazione di religiosità come quella buddhista, la cui versione zen appariva di una sconvolgente radicalità non compromissoria.
In questo contesto, non fu difficile per “Il libro del tè” divenire rapidamente un classico dal momento che l’accurata descrizione del cerimoniale giapponese della cha-no-yu venne intesa come una sublime metafora di un intimo percorso esperienziale.
E, in effetti, il testo, di cui le edizioni Elliot ci propongono in questi giorni una nuova versione, sempre con la puntuale e accorta curatela di Piero Verni, fu scritto agli inizi del secolo scorso da uno studioso e poeta discendente da una famiglia di samurai come reazione al diffondersi in Giappone del razionalismo occidentale, ritenuto già allora obbediente a snaturanti logiche strumentali.
Non è affatto casuale che Okakura Kakuzo definisca molto efficacemente il culto del tè, con il suo risvolto fattuale, come “un tentativo delicato di raggiungere il possibile in mezzo a quell’Impossibile che chiamiamo vita”.
Non quindi una sopravvalutazione di una pianta ma una ritualità che, al di là della precisa, rigorosa, esteriorità, si compie innanzitutto al nostro interno, un movimento che cala l’Infinito nel Presente e ci fa meglio percepire “la legittima sfera del Relativo”.
Il sostrato lo si riscontra nella filosofia taoista e nello zen, nella singolare capacità di rinvenire nel vuoto ciò che è meramente essenziale.
“Chi – scrive Kakuzo – riuscirà a fare di sé stesso un vuoto, in cui altri potranno liberamente penetrare, sarà in grado di gestire ogni situazione; il tutto domina sempre il parziale”. Immedesimarsi nel cerimoniale comporta la comprensione di quanto sia stolta ed effimera ogni forma di contrapposizione e, per converso, della necessità di oltrepassare la costruzione mentale dei contrari. A conferma di questa volontà di azzeramento e di limatura e sgrezzamento dal superfluo e inessenziale, la stanza de tè, cioè dove ha compimento l’intenso e laborioso cerimoniale, viene descritta come il luogo in cui “la fugacità delle cose si trova suggerita da tetto d paglia, dalla fragilità delle esili colonne, dalla leggerezza delle travi di bambù, dalla loro apparente noncuranza e dall’impiego di materiali comuni. Il concetto dell’eternità – sottolinea l’autore – risiede unicamente nello spirito che, incarnandosi in queste semplici cose, le abbellisce della luce che emana dalla sua raffinatezza”.
Facciamone tesoro perché in una tazza di tè, se avremo saputo affinare il nostro sguardo, troveremo il riflesso di noi stessi, un umile, importante, frammento di consapevolezza.